Senza Titolo

Maria Grazia PiccalugaAmebo durante la lezione fissa il vuoto. E il Trucido, un gomitolo di borchie e patatine, ingurgita un tramezzino al tonno. Dietro di loro il Piallato, Tropposbatti, il Sarto di Panama. E le ragazze? Ci sono Cleopatra o Mascara che cola, vestite che neanche le amiche di Genny Savastano. Sembra di stare seduti proprio lì, in un angolino della classe, sfogliando le pagine di Portami il diario. La mia scuola e altri disastri (Rizzoli), esordio letterario di Valentina Petri, prof blogger da 54mila follower. Quarantadue anni da 15 nel mondo della scuola, Valentina Petri insegna Lettere all'istituto professionale Francis Lombardi di Vercelli.Il libro nasce dalla sua seguitissima pagina Facebook, in cui lei è un po' docente, un po' mamma, un po' psicologa...«Bisogna essere multitasking per fare l'insegnante. Il blog mostra il mio amore per gli alunni e per la professione ma è anche uno sfogo, la necessità di mettere in ordine i pensieri una volta che rientri a casa sopraffatto. Sono 25 e hanno tutti bisogno di te appena metti piede in classe».C'è un Trucido in ogni classe, immagino. O un Tropposbatti. Come nascono i soprannomi?«D'istinto, osservo un dettaglio che mi colpisce. E comunque sono figure archetipiche. Il soprannome mi permette di bypassare informazioni sull'appartenenza geografica o religiosa. Evitando discriminazioni».Con la didattica a distanza ora entra (virtualmente) anche nelle loro case.«Nelle camerette, nelle cucine con le mamme che passano sbraitando alle loro spalle. Qualcuno l'abbiamo perso per strada. Tra telecamere spente e audio mutati».Prego?«Tolgono l'audio. Nel mentre chattano con la tipa, come del resto facevano in classe, fanno colazione. Si sentono anche parecchi sciacquoni. (Pausa). Confesso che anch'io faccio delle lezioni meravigliose con le ciabatte e i pantaloni del pigiama, salvo poi svelare l'arcano quando distrattamente mi alzo per recuperare un libro in un'altra stanza. La didattica a distanza però è un ossimoro: la scuola in realtà si fa in presenza. I ragazzi hanno bisogno del contatto umano, di quel viaggio in pullman per arrivare ogni mattina, del corridoio in cui si innamorano e si lasciano, di cinque anni gomito a gomito con quello che non sopporti perché ti forgia. La scuola è quella cosa lì: un rito sociale. E ora manca».Le butto lì qualche input: gite scolastiche.«Quando ancora si potevano fare. Sono bombe inesplose. Basta un attimo. Portarli fuori, anche per un'ora, è sempre una sorpresa. Ci sono classi da cui già alle 8.05 del mattino vorresti scappare. C'è invece chi in classe cerca di appiccare un incendio con l'accendino e fuori diventa un gentleman».Un altro: i colloqui con i genitori.«La morte nera! Ci sono due modalità: a volte incontri genitori che ti fanno capire come tutto sommato il figlio non sia poi cresciuto tanto male, vista la situazione. Pensi di punire il grande bullo e scopri che è una vittima. E altre volte in cui hai paura di cosa potrebbero fargli e allora sfoderi "Ma in fondo è bravo". In genere, però, vengono a parlarti quelli di cui non hai bisogno. Gli altri al contrario non li stani nemmeno con l'Interpol» --