«Noi di Cesura Lab raccogliamo l'eredità di Andy Rocchelli tenace e coraggioso»
Maria Grazia PiccalugaSono cinque, pigiati nel gabbiotto per entrare tutti nell'inquadratura. Andy sorride, non ha ancora la barba e poco più di 20 anni. Quella fototessera, che ritrae il primo nucleo di fotografi di Cesura Lab, è ora una gigantografia appesa alle pareti della rimessa trasformata nella sede del collettivo, a pochi passi dal campo sportivo di Pianello Valtidone. «L'Andrea di quella foto muoveva i primi passi nella fotografia - ricorda Alessandro Sala, uno dei cinque fondatori di Cesura -. Dal 2008 ne ha fatta di strada. E oggi, se fosse qui, gli direi: "Sei arrivato, ce l'hai fatta. Sei un professionista con un'etica profonda e una grande capacità di raccontare"». Sei anni fa l'agguatoAndy Rocchelli, però, non è più qui. Sei anni fa, proprio come oggi, veniva ucciso, in un'imboscata militare, da un colpo di mortaio a Sloviansk, in Ucraina. E mentre cadeva in un fossato, insieme all'amico e interprete russo Andrej Mironov, a migliaia di chilometri di distanza, nella sua Pavia, il figlio Nico compiva tre anni. Oggi, dopo che anche la lunga e travagliata vicenda giudiziaria si è compiuta, con la condanna in primo grado a 24 anni del cittadino ucraino Vitaly Markiv, è tempo di ricordi. «Andy ci ha lasciato in eredità il suo marchio di fabbrica, quel modo di lavorare preciso, attento, accurato e curioso - dice ancora Alessandro Sala, in questi giorni trasferta in Sicilia per un reportage sul Covid19 -. Andy era interessato da dar voce a chi non ne aveva, ai civili, alle vittime delle guerre. Il suo era un racconto intimo, instaurava sempre un rapporto diretto con le persone, ci parlava, raccoglieva le evidence, le prove, che fossero un sasso o un audio registrato». Anche la foto, divenuta celebre, in cui l'obiettivo della sua macchina fotografica cerca lo sguardo dei bambini ucraini in un bunker, oggi è appesa a una parete di Cesura Lab. «E' la sintesi del suo lavoro» dice Alessandro. Dei sei giovani fotoreporter, impegnati in una "produzione senza compromessi commerciali",come dichiaravano sotto la guida di Alex Majoli, ne sono rimasti quattro: Alessandro Sala, Arianna Arcara, Luca Santese e Gabriele Micalizzi. Un mercato difficile«In Italia all'inizio si faceva molta fatica a pubblicare - ricorda Sala -. Noi andavamo all'estero a documentare la primavera araba piuttosto che a Sirte o nel Donbass, in Ucraina. C'era interesse per il nostro lavoro ma i giornali italiani non se la sentivano di rischiare, lo giudicavano eccessivamente incisivo. Era sempre troppo: troppo bianco e nero, troppo forte, troppo nuovo». Erano il New Street Journal, Le Monde, i giornali stranieri a prenderlo in considerazione. Anche Andy Rocchelli lavorava così. All'estero. Come quella volta in cui, in Russia, per mantenersi tre settimane si era inventato fotografo per le donne in cerca di marito. Le ritraeva nelle loro case, scatti ad uso delle agenzie matrimoniali on line. Quei ritratti, dopo la sua morte, sono diventati un libro, Russian interiors, curato da Arianna Arcara. «Ma era esattamente come Andy l'aveva progettato - chiarisce Sala -. Ci stava già lavorando, caparbiamente cercava fondi per finanziarne la stampa. Dopo la sua morte abbiamo lanciato un crowdfunding e l'abbiamo pubblicato».l'amico russo«Il nostro laboratorio era la sua seconda casa - prosegue Sala - A Pianello convergevamo tutti dopo un viaggio. Poche settimana prima che Andy partisse per l'Ucraina ci aveva presentato Andrej Mironov. Gabriele (Micalizzi, ndr) li aveva ritratti insieme a Milano, appoggiati alla saracinesca di un negozio». Era un colto dissidente russo Mironov, padroneggiava la lingua italiana (oltre a molte altre) imparata sui libri usati. Un sessantenne accorto, esperto, aveva all'incirca l'età di papà Rino e mamma Elisa. «Di sicuro non era imprudente - prosegue Sala -. Si è detto che fossero nel posto sbagliato. Ma Andy non era solito andare sulla linea del fuoco, era attento, pianificava i suoi viaggi nei dettagli. Il suo scopo era essere sul campo, trai civili, a documentare la situazione. E l'ha fatto fino all'ultimo istante ».Le foto ritrovateAndy ha continuato a scattare, anche sotto la gragnuola di colpi di mortaio: le ultime immagini sono state ritrovate solo due anni dopo la sua morte, nel 2016. «La mattina del 25 maggio all'obitorio, insieme ai loro corpi, fu portata anche la macchina fotografica - racconta l'amico - Era vuota. Ci parve ovvio. Ma nel 2016 quando fu restituito alla famiglia anche il suo zaino si scoprì che qualcuno aveva infilato di nascosto in un taschino la scheda di memoria. Ci sono le sue ultime foto nel fossato, con date e orari. Dimostrano l'attacco militare e come i reporter fossero civili inermi. Andy aveva intuito cosa stava succedendo ed è rimasto fedele alla sua missione: raccontare». --