La scelta di Stefano «Sono infermiere lascio il trattore per la prima linea»
la storiaDal reparto al vigneto per ritornare in corsia nel pieno dell'emergenza sanitaria del Coronavirus. È la storia di Stefano Banfi, 45 anni, dal 2012 viticoltore e titolare dell'azienda agricola "La Rocchetta di Mondondone" di Codevilla, che ha deciso di rimettersi la divisa da infermiere e dal 20 marzo è in servizio nel reparto Covid-19 positivo dell'ospedale di Voghera. Per Stefano, originario di Milano, è un ritorno alle origini, visto che il 45enne, dopo il diploma in agraria, ha frequentato la scuola di infermieristica, iniziando subito a lavorare al Sacco di Milano, poi a Monza, Lecco e, infine, in Svizzera, quasi sempre in reparti di terapia intensiva o rianimazione. la prima svoltaAlla fine del 2012, poi, la svolta: «Ero un po' stanco e deluso da questo lavoro, anche perché non riuscivo a coniugarlo con la passione per il vino che ho avuto fin da ragazzo - racconta -. Nei giorni di riposo fuggivo all'aria aperta, perché in quei reparti spesso non ti accorgi cosa succede fuori. E poi ho capito che l'età avanzava e non potevo certo mettermi a lavorare la vigna a 60 anni». Così, grazie alla consulenza del decano degli enologi oltrepadani, Mario Maffi, ha acquistato il vigneto e la casa nella frazione Mondondone e dalla vendemmia 2013 ha inizato l'attività dell'azienda agricola "La Rocchetta". Ma il desiderio di dare una mano agli altri disinteressatamente è tornata a farsi sentire: così, in piena emergenza sanitaria, Stefano non ci ha pensato due volte a lasciare il vigneto e tornare in prima linea in corsia. il dovere chiama«Ho iniziato a lavorare come infermiere e, dopo otto anni, ho pensato che in questo periodo anche io avrei potuto dare una mano, diciamo che la coscienza un po' mi richiamava -. Così, il tempo di sistemare le ultime cose in cantina e in vigna, e ho risposto all'appello, dando la mia disponibilità per l'ospedale di Voghera, che è il più vicino a casa». Stefano è stato assegnato prima in Medicina 2, poi al reparto Covid-19, allestito nell'unità coronarica, e subito si è dato da fare, pur conscio dei rischi in cui poteva incorrere: «All'inizio i colleghi non avevano nemmeno il tempo di spiegarmi dove fossero gli strumenti perché il carico di lavoro era pesantissimo - ricorda -. Tutto questo mi ha messo a dura prova sia fisicamente che psicologicamente: seppur protetto, sei praticamente a contatto ogni minuto con quella malattia che tutti vogliono evitare; ma è un pensiero che ti passa solo un attimo per la testa, poi ti concentri sulla tua attività e pensi solo a curare le persone». Ma soprattutto il 45enne è venuto a stretto contatto con la sofferenza dei pazienti che, oltre alla sofferenza per la malattia, non possono vedere, ma solo al massimo fare una videochiamata, i loro cari: «Effettivamente è uno degli aspetti più drammatici dell'emergenza - aggiunge -. Io ho sempre lasciato il mio cellulare ai pazienti per dare loro la possibilità di chiamare a casa, ma c'è anche chi non riesce a parlare per l'aggravarsi della malattia e quindi non può mettersi in contatto. E, in molti casi, purtroppo, quella chiamata che sono riuscito a far fare è stata l'ultima».la collina aspettaL'azienda agricola di Mondondone diventa, ancora una volta, per Stefano un momento di evasione dal lavoro in corsia: «Finita l'emergenza tornerò a fare il vignaiolo perché è la scelta che ho fatto - assicura -. Nelle poche ore di riposo mi piace uscire in vigna, a passeggio con il cane. Ma non c'è dubbio che sono contento della decisione di tornare in reparto. Anche perché credo che la differenza la stiano facendo proprio le persone, con il loro impegno e coraggio, per compensare quello che il sistema non ha fornito». --Oliviero Maggi