Senza Titolo

Era un Maestro per tutti coloro che fanno il suo stesso mestiere. Gianni Mura, storica firma del quotidiano "La Repubblica", scomparso ieri a 74 anni all'ospedale di Senigallia (Ancona), per un attacco cardiaco improvviso, aveva raccolto il testimone di sommo narratore di sport da un altro che, come lui aveva scritto pagine indelebili e aveva il suo stesso nome: Gianni Brera. Con il quale Mura condivideva anche la passione per la buona tavola, e per il vino inteso innanzitutto come cultura da studiare, e poi spiegare. Non a caso, firmava anche rubriche enogastronomiche. Imperdibile, per gli amanti del genere il suo libro «Non c'è gusto. Un tour nella società italiana» delle trattorie, spina dorsale di questo Paese», riferito all'Italia. Nessuno come lui ha raccontato il ciclismo, in particolare il Tour de France (la prima volta che lo seguì aveva appena 21 anni), e chi amava questo sport non poteva fare a meno di leggerlo. E proprio nella grande corsa a tappe d'Oltralpe era ambientato uno dei suoi romanzi, «Giallo su giallo», del 2007, vincitore del Premio Grinzane. Conversatore piacevole, mai banale, sapeva molto di calcio ma non faceva mai trasparire la propria passione, così come dovrebbe essere. Ma anche lui aveva una sua squadre del cuore, che era l'Inter. Un giorno però volle puntualizzare che «tifavo Inter fino alla cessione di Angelillo. Ora non sono più interessato, anche se mi riservo la possibilità di appassionarmi alle squadre minori. Mi piace l'Atalanta». Una volta si lasciò andare rivelando quali fossero stati i suoi campioni preferiti: «Mennea, Sara Simeoni, Riva e Scirea». Uno che invece detestava «è stato Mourinho». Celebri anche certe sue frasi come «lo sport avrà tanti difetti, ma a differenza della vita nello sport non basta sembrare, bisogna essere». O anche «diceva un allenatore argentino: metto in campo benissimo i giocatori, il guaio è che poi si muovono». E ancora: «Prima che in bravi o cattivi, i giornalisti si distinguono in: con la gastrite o senza». Le ritirava fuori nei momenti di pausa dal lavoro, con quel sorriso da persona mite qual era. Il calcio di oggi non gli piaceva più, «perché i giocatori sono inavvicinabili, e se li avvicini ti dicono tre banalità». Ma continuava a scriverne con passione e competenza e con quel tocco da fuoriclasse della tastiera. Però non gli passava il magone per il fatto che il gioco fosse diventato troppo calcolatore e attendista »per cui fare un dribbling è quasi una colpa».Il cordoglioLa morte di Mura (nato a Milano nel 1945) ha suscitato vasto cordoglio. «E' stato un punto di riferimento per chi ama vivere e leggere di sport, un piacere per la lettura, mai banale. Ma ha rappresentato soprattutto una coscienza critica da cui trarre importanti spunti di riflessione», ha commentato il presidente della Figc, Gabriele Gravina. «Ci hai donato poesia pura, traslandola sul 'tuò, nostro mondo. Adesso ha voluto riservarci un dolore immenso, tanto difficile da raccontare che, forse, avresti fatica anche tu, caro Gianni», lo ricorda commosso il presidente del Coni, Giovanni Malagò. «Era una delle penne più belle del giornalismo italiano - ha postato su Fb il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora - Ha raccontato gli eroi dello sport nel corso di generazioni, riuscendo a coglierne le sfumature e i colori». «Lo vogliamo ricordare, non soltanto come giornalista sportivo e come scrittore - ha sottolineato Roberto Cenati, presidente dell'Anpi di Milano - ma anche per il costante impegno con cui si è battuto contro la piaga del razzismo, purtroppo largamente presente nelle curve degli stadi». --