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la storiaChiara BaldiLa buona notizia che tutta l'Italia stava aspettando è arrivata ieri in serata: Mattia, il "paziente uno", è uscito dalla terapia intensiva e respira da solo. Non è più intubato, pertanto i medici lo hanno spostato nel reparto di unità subintensiva dell'ospedale San Matteo di Pavia, dove è arrivato nella notte tra il 21 e il 22 febbraio. Nei primi due giorni da «primo paziente Covid19 d'Italia», infatti, il 38 enne venne ricoverato nell'unità di rianimazione dell'ospedale della sua città, Codogno, epicentro del focolaio d'Italia del virus. Un'équipe di medici dell'ospedale Sacco di Milano, uno dei centri di riferimento per la presa in carico di pazienti contagiati, provò persino a trasferirlo nelle prime ore del suo ricovero ma le sue condizioni erano «troppo gravi» per sopravvivere a un viaggio. Per questo, a diciotto giorni dall'inizio dell'emergenza, è davvero un buon segnale che Mattia stia meglio. «È la notizia che stavamo aspettando», commenta al telefono Carlo Benuzzi, 56 anni, amico di Mattia e presidente del «Gruppo Podistico Codogno '82», di cui il 38 enne fa parte insieme alla moglie Valentina, incinta di otto mesi e anche lei risultata positiva al coronavirus, ma da qualche giorno dimessa dall'ospedale Sacco e rientrata a casa. «Li conosco da circa sette anni, ero con Mattia quando, il 2 febbraio, ha corso la mezza maratona tra Santa Margherita Ligure e Portofino. E ero con lui anche la settimana dopo, il 9, quando partecipammo alla "prima Marcia de Busaorche" a Sant'Angelo Lodigiano. Ma stava benissimo, sano come un pesce. È un ragazzone, fa tanto sport e mangia bene, è incredibile sia successo a lui». Poi, Mattia, il sabato dopo aveva giocato a calcetto con gli amici e «deve esser stato lì che gli è venuta la febbre», racconta Benuzzi. Con quell'influenza, il 38enne che tra un mese diventerà padre, finì al pronto soccorso di Codogno una prima volta il 18 febbraio. Ma, come racconta il direttore della Asst di Lodi, Massimo Lombardo, «dopo esser stato sottoposto agli accertamenti necessari e alla terapia, il paziente aveva deciso di tornare a casa nonostante la proposta prudenziale di ricovero». In quello stesso pronto soccorso Mattia si presenterà di nuovo ventiquattr'ore dopo, nella notte tra il 18 e il 19 febbraio, e con una condizione di salute sensibilmente peggiorata. Sarà una dottoressa, Annalisa Malara, a scoprire che quella polmonite sospetta, peggiorata così velocemente come mai nessun'altra polmonite aveva fatto prima, era dovuta al coronavirus. A confermare i dubbi della dottoressa, anche il racconto della moglie di Mattia, che in quella seconda visita in ospedale raccontò ai sanitari che il marito aveva cenato, a fine gennaio, insieme a un amico - il «paziente zero» - rientrato da poco dalla Cina. Da quel momento, sono stati 18 giorni da incubo per Mattia che è sempre stato «stabile» ma intubato. Ogni mattina Valentina ha scritto nelle chat degli amici per informarli sul marito. Da oggi sarà diverso. -© RIPRODUZIONE RISERVATA