Di Bella e i palazzetti a porte chiuse «Io l'ho già vissuta vi racconto com'è»

PAVIA. Fabio Di Bella ha appeso le scarpette al chiodo lo scorso anno, dopo aver militato nelle più importanti squadre italiane di basket e aver collezionato anche numerose maglie azzurre. Nella sua lunga carriera, ha anche giocato a porte chiuse. «Si, è accaduto ma non è stata una bella sensazione - spiega il 40enne pavese - chiaramente per motivi meno importanti dell'emergenza Coronavirus. Il fattore adrenalina garantito dal pubblico e dal tifo non c'è e quindi occorre trovare un'energia analoga da altri fattori e sono convinto che l'unico modo sia trovarla nel gruppo, nei propri compagni. L'esempio è stata la vittoria dell'Armani in Spagna sopo un supplementare a porte chiuse nella gara di Eurolega a Valencia. La reazione è partita dal gruppo».In questo strano campionato, l'allarme sanitario ha prima costretto allo stop di una settimana tutto il mondo del basket e dello sport in generale, poi consentito gli allenamenti ma a porte chiuse e ora, il ritorno in campo.Giusto fermarsi"Fermarsi per un motivo o per l'altro rompe il ritmo partita delle squadre - aggiunge "Dibo" - un caso del genere, poi, esce dalla routine e costringe lo staff che c'è attorno al gruppo di lavorare di più, di far sentire il meno possibile questa sosta, spingendo i giocatori a concentrarsi soltanto sugli allenamenti e sulla partita successiva. Credo comunque che già allenarsi a porte chiuse e senza spogliatoi, come è capitato nella prima fase di questa emergenza, abitui un minimo ad affrontare nel giusto modo la gara ufficiale. Sono convinto che il momento peggiore saranno la prima e la seconda volta che si scenderà in campo in una partita vera senza pubblico, poi pian piano ci si abitua. Speriamo che questa situazione non si prolunghi, ma in ogni caso i giocatori sapranno adattarsi».Di Bella adesso è anche e soprattutto Here You Can: l'ex play della Omnia allena una squadra giovanile ed è il direttore tecnico di una società che conta oltre mille iscritti. «Noi siamo una scuola basket - spiega - non possiamo essere considerati alla pari dei professionisti. Il basket è un momento associato alla scuola e per questo abbiamo ritenuto corretto fermare la nostra attività seguendo la sospensione del calendario scolastico. Noi coinvolgiamo tante famiglie e riteniamo giusto dal punto di vista morale fermare l'attività sino al termine della emergenza. La nostra è una scelta giusta dal punto di vista civile». La Here You Can però non abbandona i propri tesserati. «Se uno sta via uno o due settimane non c'è problema - spiega Fabio - in questa situazione in cui la sosta perdura da tempo, i nostri allenatori, me compreso, inviano alle famiglie due o tre video settimanali per sapere come stanno i ragazzi e proporre qualche esercizio da fare al campetto o nel cortile di casa. L'obiettivo è di non lasciarli soli ma di farli sentire parte del gruppo Here You Can».--Maurizio Scorbati