Vigevano rialza la testa «Ma c'è bisogno di aiuto»

VIGEVANO. Paura, ma anche tanta voglia di tornare a vivere. «Oggi - dice Marco Mor, titolare del Caffè Haiti di Piazza Ducale - tutti parlano di "ricominciare a vivere", di cosa si farà quando si tornerà alla normalità. La gente vuole tornare alla normalità, ma senza alcun sostegno, come facciamo? Serve un supporto economico, reale, non a parole. Ci serve un contributo per non perdere posti di lavoro. Io sono preoccupato per l'azienda, per i miei dipendenti e per il futuro, perché in questo momento, oltre alla paura del virus c'è un enorme problema economico. Siamo fuori dalla zona rossa, siamo in "zona gialla", abbiamo cioè delle restrizioni da seguire. Giustamente. Lavoriamo, ma c'è una riduzione di più del 50% degli incassi perché la gente non esce, la Piazza è vuota. Noi non abbiamo tutele: non c'è una cassa integrazione, non c'è una posticipazione di pagamenti. Dobbiamo sottostare ad un regime economica standard, rispettare i pagamenti e così via, però nello stesso tempo siamo in emergenza. Quanto possiamo reggere così? La nostra liquidità sta andando a coprire i mancati incassi, avanti così dovremo indebitarci per ripartire. Ci vuole un sostegno immediato affinché, tra due o tre mesi, si torni alla vita di sempre».«Noi seguiamo le direttive - risponde Alberto Panzarasa, preside del liceo Cairoli - ci manca la vita normale, la scuola e abbiamo voglia di tornarci al più presto. Però occorre grande prudenza e rispetto delle ordinanze visto che parliamo di un gran numero di persone». «Basta usare il buon senso - aggiunge il dottor Giorgio Rubino, presidente dell'Associazione Medici di famiglia - sull'influenza "normale" bene o male ognuno di noi ha degli anticorpi, sul Coronavirus no. Quando abbiamo una normale influenza, andiamo al ristorante, a scuola, al lavoro? Ecco in teoria no, e lo stesso vale per il Covid-19. Se non si sta bene, non si esce. Bar, ristoranti, pizzerie e simili stanno soffrendo indubbiamente queste linee guida, ma abbiamo a che fare con un virus che non conosciamo e l'unica arma che possediamo è quella di evitare gli assembramenti. Questo non significa isolamento o quarantena, ma semplice prudenza. Io sono un medico di medicina generale e, dal mio modesto punto di vista, non mi metterei a riaprire i musei, a fissare concerti e altro». «Ho 25 anni e sono in Italia da quando ne avevo 5 - denuncia la commessa del negozio cinese che si trova all'interno dell'ex Cannon d'Oro, in via XX settembre - da quando si parla di Coronavirus qui non entra quasi più nessuno, noi abbiamo messo la mascherina, per sicurezza e per rispetto, ma mai mi sarei aspettata che qualcuno, mentre attraverso una strada, potesse suonarmi il clacson e farmi gestacci solo perché sono cinese». «Vigevano- dice il vicesindaco Andrea Ceffa - sta compiendo un grande sacrificio, economico ma anche sociale, che però va nella direzione prioritaria di tutelare la salute di tutti noi, in particolar modo delle persone più fragili. Il fatto che ci sia voglia di tornare alla Vigevano prima del Coronavirus lo vedo come un segnale estremamente positivo. È il segnale che i vigevanesi amano la propria città, con i suoi pregi ed i suoi difetti e se ne vogliono riappropriare quanto prima». --Selvaggia Bovani