Conte e Zingaretti: lo battiamo proprio sulla legge elettorale

ROMA. È la legge elettorale lo strumento con il quale Giuseppe Conte e Nicola Zingaretti sono certi di neutralizzare i piani di Matteo Renzi e di blindare il governo. Lo farebbero attraverso un voto che avrebbe l'effetto di quella verifica che il premier è intenzionato a portare in Aula per incassare la fiducia e stanare l'ex segretario dem.Il presidente del Consiglio non commenta la sfida lanciata dal salotto di Raiuno dall'ex rottamatore. Lascia che sia il Pd, attraverso il vicecapogruppo alla Camera Michele Bordo, a indicare la strada che aiuterà a non restare ostaggi di Renzi: «Andiamo avanti con la legge che abbiamo insieme condiviso e approviamola con la maggioranza più ampia possibile». Attenzione alle parole non casuali: la più ampia maggioranza significa andare oltre il perimetro di quella attuale dimostrando di avere i voti di ex Forza Italia e di «responsabili» vari che consentirebbero di fare a meno di Renzi e che per ora restano «in sonno», pronti ad emergere se e quando ci sarà la crisi. Il modello è noto: un proporzionale con soglia al 5%. È il compromesso trovato anche con il sostegno dei renziani e che Conte e i democratici vorrebbero votare prima del referendum sul taglio dei parlamentari del 29 marzo. Non sfuggirà che contano sul timore dei piccoli partiti di non raggiungere quella percentuale di consenso e che la sfida si gioca anche sulle date. Renzi ha confermato di puntare a presentare il voto di sfiducia contro il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, se il governo non farà retromarcia sulla prescrizione, entro Pasqua. Non è casuale. A quel punto il referendum ci sarebbe già stato e Renzi avrebbe la certezza di non andare al voto. Rassicurerebbe i suoi e potrebbe continuare a logorare Conte nella speranza di sostituirlo. Ecco perché il premier ha urgenza di anticiparlo. Ancora ieri mattina, prima di leggere le anticipazioni di Renzi, la sua volontà era di andare il prima possibile in aula. Non ha ancora escluso che lo farà. Intanto, assieme ai dem e ai ministri grillini prepara la controffensiva sulla legge elettorale, convinto che Renzi abbia costruito le sue proposte per un governo istituzionale per le riforme con la sponda di Giancarlo Giorgetti (e l'ipotesi di Mario Draghi, sostenuta da entrambi, sarebbe una prova). Consapevole che qualcosa però dovrà concedergli, Conte avrebbe fatto arrivare al leader di Iv la disponibilità a coinvolgerlo sulle nomine delle grandi partecipate (più difficile che ottenga quello che chiede su AgCom). Non esiste, invece, secondo Palazzo Chigi, lo scenario dell'abolizione del reddito di cittadinanza. In generale, le richieste renziane vengono respinte e Conte ribadisce di non voler governare sotto scacco di Renzi, né farsi dettare le condizioni da «uno dei leader della minoranza della maggioranza» che lo sostiene. Per questo, come prima risposta, c'è un'accelerazione sulla legge proporzionale già concordata. «Anche perché il modello Italicum è stato bocciato dagli italiani col referendum del 2016», taglia corto il leader di Leu, Roberto Speranza. Il Pd è il più duro: accusa Renzi di tramare per far perdere le regionali al centrosinistra presentando candidati antagonisti, con l'obiettivo di far cadere il governo quando non si potrà più andare alle urne. Dopo le uscite dell'ex leader, Dario Franceschini cita la rana e lo scorpione per dire che Renzi non riesce a fare diversamente, pur danneggiando se stesso, «perché è nella sua natura». Il capo delegazione dem, come tutti nel Pd, considera la proposta di riforma elettorale una trovata mirata solo a far saltare la riforma concordata dalla maggioranza con la soglia di sbarramento al 5%, che Iv teme di non superare. A questa velenosa analisi fa eco lo stop di Zingaretti: «Un chiacchiericcio insopportabile. Sotterfugi di cui nessuno capisce il senso. Noi andiamo avanti fino a quando sarà possibile fare cose utili per gli italiani. Le altre valutazioni spettano a Conte». Il segretario del Pd, spiegano al Nazareno, avrebbe anche di andare nei talk show per un motivo ben preciso: «Stiamo cercando di concedere a Renzi più spazi televisivi possibili, perché più va in tivù, più noi cresciamo». --© RIPRODUZIONE RISERVATA