I combattenti italiani in Siria Racconti dal fronte dei curdi

Negli ultimi anni, la popolazione curda della Siria nord- orientale ha costituito un governo autonomo da Damasco, sopravvissuto a fatica alle durezze della guerra contro l'Isis e all'isolamento politico-economico.A difesa del Rojava (così si chiama l'amministrazione autonoma della Siria del nord-est), ogni anno arrivano alleati da diversi Paesi, ad aiutare nella lotta contro le fasce più violente e radicali dell'Islam: i cosiddetti foreign fighters. Questi vengono da tutto il mondo, anche dall'Italia. Se ne parla oggi alle 17 in biblioteca Universitaria (corso Strada Nuova 65), durante la conferenza "Conflitto in Siria, il Rojava: laboratorio politico sociale e fronte di guerra". L'incontro, moderato da Maurizio Schiavo, prevede gli interventi di Gastone Breccia, docente di Civiltà bizantina, Letteratura bizantina e Storia militare antica all'università pavese, autore tra l'altro di "Guerra all'Isis - Diario dal fronte curdo" (Il Mulino, 2016); e Andrea Governale dell'università di Torino, autore della tesi di laurea "L'internazionalismo rivoluzionario: il caso dei combattenti italiani nella Siria del Nord". «Nel mio lavoro ho confrontato i casi passati di guerriglie che hanno avuto come protagonisti soldati non legati a una singola nazione, come con la guerra di Spagna o in alcune lotte portate avanti da Che Guevara - spiega Andrea Governale - Li ho confrontati con quello che sta succedendo in Kurdistan, dove pure gli italiani si dirigono per andare al fronte e dare il loro contributo per sconfiggere i terroristi. È un'ideologia che spinge gli occidentali, i civili, a combattere in Medio Oriente. Di solito i foreign fighters provengono già da contesti di determinati movimenti politici, molti sono anarchici e vogliono dimostrare concretamente la propria solidarietà nei confronti dei curdi. Nella mia tesi ho intervistato nove di questi combattenti internazionali. C'è pure una donna, la quale mi ha confessato di avere deciso di intraprendere il viaggio per solidarietà femminile nei confronti delle donne vittime dei soprusi dell'Isis». Governale prosegue: «Chi è andato a combattere per il Rojava, ha poi dato testimonianza di un'esperienza personale e intima devastante, cruda; di una difficoltà logistica nell'organizzazione al fronte; della difficoltà linguistica, dato che numerosi curdi parlano solo arabo o curdo. Eppure hanno raccontato anche di un'esperienza illuminante, sulla vita, sulla morte, sui valori e i diritti dell'uomo. Spesso infatti, alcuni foreign fighters, non a caso, una volta tornati nel proprio Paese d'origine, decidono di ripetere l'avventura». L'esistenza del Rojava è interessante sotto vari punti di vista: il tentativo di realizzare un tipo di amministrazione pubblica fondata sul "confederalismo democratico"; l'attenzione alla parità di genere e all'integrazione culturale tra le varie etnie presenti sul territorio; la capacità, non da ultimo, di affrontare il problema militare della lotta contro l'Isis, culminata nella resistenza a Kobane del 2015 e nella riconquista di Raqqa nel 2018, alla quale hanno partecipato numerosi volontari stranieri, tra i quali non pochi connazionali, principalmente del nord Italia. Ingresso libero. -- Gaia Curci