Il governo Sarraj firma la tregua in Libia Ma Haftar dice no e prende tempo

Francesco SempriniNEW YORK. Il Governo di accordo nazionale firma l'intesa per il cessate il fuoco in Libia sotto l'egida di Turchia e Russia, ma il generale Khalifa Haftar prende tempo per fare cassa. Sono state ore frenetiche quelle vissute ieri a Mosca, dove era attesa la sigla della tregua iniziata domenica tra le forze fedeli a Tripoli e l'autoproclamato Esercito nazionale libico di Bengasi. L'adesione di principio giunta nel fine settimana da entrambe le parti ha spianato la strada verso la capitale russa dove sono giunti il capo del Consiglio presidenziale del Gna, Fayez al Sarraj, il generale Haftar, il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh, e il presidente dell'Alto consiglio di Stato con sede nella capitale, Khaled al Mishri, espressione queste ultime degli organi legislativi della dicotomia politica e territoriale libica. Si sono ritrovati, ma in stanze separate. Sarraj ha infatti respinto la proposta di incontrare le controparti: «I colloqui di Mosca sono tenuti esclusivamente con Turchia e Russia», ha precisato Al Mishri. I 7 punti dell'accordoAlle parti è stato sottoposto un accordo in sette punti. Ovvero osservare incondizionatamente il cessate il fuoco; normalizzare la vita a Tripoli e nelle altre città libiche e procedere a una de-escalation militare; assicurare l'accesso e la distribuzione di aiuti umanitari; formare una commissione militare 5+5 come prevista dal piano d'azione della missione delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil), ovvero dei 5 Paesi della sponda Nord del Mediterraneo e 5 della sponda Sud; designare rappresentanti che partecipino al dialogo economico, militare e politico promosso dall'inviato Onu Ghassan Salamé; formare gruppi di lavoro per individuare una soluzione politica intra-libica; tenere il primo incontro dei gruppi entro gennaio 2020.Il documento è passato all'esame delle parti: Sarraj e Al Mishri hanno firmato, Haftar e Saleh no. Il generale «giudica positivamente la bozza di accordo, ma vuole più tempo per esaminarla, sino a domani mattina» (stamane), ha spiegato il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov. Fonti vicine alla trattativa spiegano che, al di là dei sette punti, sul terreno ci sono intricati nodi da sciogliere come la liquidazione dei mercenari, lo scioglimento delle milizie e il loro assorbimento in forze di sicurezza istituzionali, e il ritiro di Haftar con la conseguente ridefinizione di territori e competenze. Ipotesi a cui l'armata della Cirenaica, in una nota, oppone un perentorio diniego, affermando di voler mantenere le posizioni conquistate vicino a Tripoli: «Abbiamo intenzione di liberare tutta la Libia da milizie e gruppi terroristici. Non arretriamo di un passo». Posizione incompatibile con quella individuata dai due «broker», ovvero Turchia e Russia, e secondo cui ad Haftar e al suo esercito dovrebbero competere la sicurezza dei pozzi petroliferi, la cui gestione rimane però affidata all'autorità Noc allineata con Tripoli. E le attività di antiterrorismo, una delega che andrebbe incontro alle rivendicazioni dell'Egitto che vede nel generale Haftar il vero bastione contro il terrore sulla sponda sudorientale del Mediterraneo. La mossa di TripoliUn quadro che, di fatto, ridimensionerebbe molto la sua figura, in quanto non solo non incasserebbe incarichi politici, ma neanche la titolarità dell'intero apparato militare libico. Troppo poco per Haftar, il quale - riferiscono - subisce fra l'altro la pressione degli Emirati, che più di ogni altro hanno investito sulla campagna militare di Bengasi per assicurarsi una «silver share» sulle attività economiche ed energetiche della Tripolitania. In questo senso la mossa di Sarraj che ha firmato e ha lasciato Mosca è stata spiazzante per il generale: se non dovesse aderire non solo apparirebbe al mondo come colui che non vuole la pace, ma si inimicherebbe anche l'amico Vladimir Putin. «Spero che Haftar decida di firmare il documento», dice Lavrov con tono che sfuma dal paternalistico al coercitivo. «La Russia si è impegnata a garantirgli qualcosa di più - si sussurra al Palazzo di Vetro - pur di chiudere la partita e consentire a Mosca di sbarcare con la corona d'alloro alla Conferenza di Berlino». I supplementari, insomma, non sono ammessi, anche perché, come sottolinea Salamé, «il cessate il fuoco è più fragile che mai». --© RIPRODUZIONE RISERVATA