Contestato e dimezzato "Giggino" dice che se ne va

Ora, accollarsi la leadership di un partito, e pure un ministero delicato e complesso come la Farnesina - mentre Putin e Erdogan si spartiscono la Libia isolando l'Italia, e Trump sfida l'Iran - e come se non bastasse la guida della delegazione al governo, è impresa ardua riuscita a pochi grandi leader, e solo per periodi brevi. Che sperasse di farcela Giggino Di Maio, appartiene all'improntitudine tipica di certi trentenni magari ambiziosi, capaci e furbi, ma senza arte né parte. Per cui non sorprende che sia oggi lui stesso a far girare girare voci, raccolte dal "Foglio" e dal "Fatto", che lo vorrebbero in procinto di dimettersi da capo del Movimento. La storia della Prima Repubblica ci offre un lungo elenco di leader che - per una ragione o per un'altra, subito o dopo un po', volenti o no - per sedere a capo del governo hanno dovuto lasciare la segreteria del loro partito: da De Gasperi a Rumor, da Moro a D'Alema a Spadolini; Fanfani e Renzi hanno resistito, ma poi sono stati costretti a mollare leadership e anche Palazzo Chigi; De Mita e Craxi teorizzavano il doppio incarico, ma il primo si è arreso dopo una clamorosa batosta elettorale, il secondo per l'esplodere di Tangentopoli. Il caso del giovane Di Maio è ancora diverso, e non solo per la caratura dei protagonisti (e dei partiti che li sostenevano). La verità è che ormai il Movimento gli sfugge di mano. Ad agitare le acque ci pensano la fuga dei parlamentari, già una trentina; i big che lo contestano a ogni uscita, compresi gli amici fedeli di un tempo; la scelta di Grillo di ancorare i destini dei Cinque Stelle a quelli del Pd non digerita fino in fondo da molti, Di Maio compreso; la decisione di affiancare al capo unico i cosiddetti "facilitatori", 24 leaderini ai quali si dovrebbero aggiungere nei prossimi giorni altri facilitatori a livello regionale. Con questa struttura, il Capo è dimezzato, azzoppato. Intanto la contestazione cresce: da una parte si agitano Di Battista e Paragone, contrari a portare i 5S verso un'alleanza organica con il Pd; dall'altro si muove il premier Conte che spinge in direzione contraria, verso un centrosinistra di cui lui stesso si sente garante dopo l'investitura di Zingaretti. Non basta: i sondaggi volgono al peggio e prevedono in Emilia un consistente ridimensionamento del Movimento: ogni colpa verrà scaricata sul capo, figuriamoci. Dunque, che Di Maio decida di mollare, e di rintanarsi tra i marmi della Farnesina è possibile, e pure comprensibile. Ma che lui si dimetta o no, il problema resta: che cos'è il M5S e da che parte sta? Nella felice stagione del vaffa si presentava alternativo a tutti raccogliendo così consensi trasversali. Ma le esigenze della politica e i doveri di governo obbligano chi deve esercitarli a scegliere una soluzione o l'altra, e di stare o di qua o di là. E i post grillini non hanno ancora scelto. Forse lo faranno a marzo, quando riuniranno i loro stati generali. Ma a quel punto, forse, molti giochi saranno già stati fatti. --© RIPRODUZIONE RISERVATA