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Maria Grazia Piccaluga«Perché sei qui? Per capire la Natura. Che cosa ti ripaga? La mia curiosità». L'iscrizione (in latino) per due secoli ha accompagnato gli studiosi che varcavano la soglia di palazzo Botta, storica sede dell'istituto di Zoologia e oggi museo Kosmos. La stessa frase è stata commissionata nei giorni scorsi dagli allievi di Carlo Alberto Redi al pasticcere che ha preparato la torta per la sua festa di saluto. Una festa (a sorpresa) per il collocamento a riposo del biologo, docente di Zoologia dell'Università di Pavia, avvenuto lo scorso 1 ottobre a 70 anni compiuti. E per mettere insieme molti suoi ex studenti - arrivati da Dubai, Stati Uniti, Scozia, Napoli, Reggio Emilia e Milano - c'è voluto un mese e mezzo di preparativi. Reincontrarsi fra quelle mura, però, è stato come riavvolgere il nastro.Professor Redi, per decenni in questi laboratori ha fatto ricerca. E ora?«Era giunto il momento di dedicarmi a me stesso. E da tre mesi sono anche nonno di Giulio. Questo, tuttavia, non significa che mi ritirerò a vita privata. Penso di avere ancora molto da fare prima di lasciare questo pianeta. Sono convinto che si debba studiare un modo per far uscire questa città dal torpore. E la chiave non può che essere la cultura».Ci spieghi meglio. «Non è vero che con la cultura non si mangia. E' una risorsa preziosa, soprattutto in una città come Pavia dove l'industria è sparita da decenni. Se penso che c'erano la Snia, cantata da Fred Buscaglione, o la Necchi che esportava macchine per cucire in tutto il mondo. Oggi sono rimaste ancora, per fortuna, una grande Università e tre ospedali, tre istituti di ricerca in poche migliaia di metriquadri. Vogliamo perdere anche questo?».Cosa suggerisce?«Se in una seconda vita dovessi fare il sindaco (ride, ndr) cullerei un grande progetto che tenga conto del fiume e delle grandi aree dismesse, declinandole a uno sviluppo scientifico e culturale. Ci sono città europee dalle quali prendere spunto: non solo Parigi o Londra, penso ad esempio a Bordeaux o a Nantes. Il capitale umano a Pavia esiste, perché non metterlo a sistema? Pavia ha già perso alcune importanti occasioni in passato».Quali?«Un esempio fra i tanti: il festival del Diritto che avevamo messo in cantiere nei primi anni Duemila con Stefano Rodotà. Fu abbandonato il progetto. Lo prese invece nel 2008 Piacenza che per anni fu investita da euforia culturale e produttiva. Perché non tornare a riflettere sulle occasioni mancate? Sono certo che molti colleghi avrebbero piacere ad essere arruolati».Percepisco una velata critica al sistema.«Una critica più generale all'Università italiana che da luogo di formazione culturale capace di fornire autonomia critica di pensiero si è trasformata in uno strumento di formazione funzionale al sistema economico. Questa è la tragedia. Il motto è: studia tanto, professionalizzati, che trovi lavoro. E' una bugia. Se non c'è domanda l'offerta rimane ferma». Alla Pavia accademica riconosce qualche pecca? «Purtroppo abbiamo vissuto queste ultime decadi crogiolandoci in un grande passato che ha finito per ingombrare il presente». Proprio qui a palazzo Botta, in effetti, sono state fatte grandi scoperte: l'apparato di Golgi, la serotonina di Erspamer...«A Pavia, sono state portate avanti ricerche meravigliose. Quando ho cominciato io comunque i tempi erano diversi. Le opportunità pure. Mi sono laureato nel 1972 e nel '75 ero già professore incaricato di Embriologia. Ma la vera svolta nella mia vita la devo al collegio Ghislieri».Ci racconti.«Non avrei potuto studiare se non fossi entrato in collegio. Mia mamma ha cresciuto me e mia sorella da sola, con molti sacrifici. Nel 1967 sono stato nominato " Cavaliere dello studio" dal Presidente della Repubblica, uno dei 10 studenti più bravi d'Italia. Ho subito ricevuto offerte di lavoro. Altri tempi. Tentai comunque il concorso al Ghislieri e lo vinsi. Non avevo un centesimo in tasca, le infermiere del San Matteo colleghe di mia nonna mi davano una piccola mancia. Ma in collegio si mangiava con le posate d'argento, i camerieri indossavano guanti bianchi e ci rifacevano la camera». Il collegio è un valore aggiunto anche oggi per uno studente?«Il collegio crea legami tra saperi e senso di appartenenza e riconoscenza».Contano anche i buoni maestri però. «Io mi considero una persona fortunata. Ne ho avuti molti: Maria Gabriella Manfredi Romanini, tra i primi, che veniva dalla scuola di citochimica pavese di Maffo Vialli e Vittorio Erspamer. Nel 2001, in occasione del sequenziamento del genoma umano, il suo fu uno dei due unici lavori italiani citati».Anche per lei, già allora, andare all'estero ha offerto molte occasioni.«Ho avuto la fortuna di andare a Leida, in Olanda, nel 1976 al Sylvius Laboratory. Poi a Lubecca, con una borsa di studio della Nato: subito dopo il disastro di Seveso. Ho fatto ricerca con Alfred Gropp sui rischi biologici e la riapertura del Bosco delle Querce. E con Ernesto Capanna sulla trisomia down nel topo. Andai poi a Dusseldorf, da Werner Hilscher, a studiare subfertilità e sterilità. Fu proprio grazie agli studi sulla spermatologia che contattai e invitai a Pavia Ryuzo Yanaghimachi, detto Yana. Un Nobel mancato».Perché?«Fu un anticipatore. Il primo a mettere a punto l'inseminazione tramite iniezione di uno spermatozoo nella cellula uovo. La fotografia della prima Icsi, fecondazione in vistro di secondo livello, fu donata da Yana proprio all'Università di Pavia, quando ricevette dal rettore Schmid la laurea honoris causa». E arriviamo alla clonazione di Cumulina, alla quale partecipò anche un team di ricerca pavese guidato proprio da lei. «L'esperimento fu effettuato nel 1998 a Honolulu, Hawaii, perché in Italia era, ed è tuttora, vietato. Cumulina fu il primo vero esperimento di clonazione perché in realtà per la pecora Dolly la cellula venne fusa con un virus».E' di pochi giorni fa la notizia della condanna di uno scienziato cinese che ha dichiarato di aver creato due gemelline geneticamente modificate.«He Jiankui è stato condannato a tre anni di carcere. L'intervento si basa su una variante della tecnica già nota che taglia e cuce il Dna, la Crispr-cas, vietata negli Stati Uniti e in quasi tutti i Paesi occidentali, Italia compresa. Una grave violazione etica, anche perché crea diseguaglianze sociali. A chi avesse curiosità su questa tecnica di editing del genoma consiglio il documentario Human Nature, esplorazione provocatoria delle implicazione di questa tecnica». --© RIPRODUZIONE RISERVATA