«Non è uno jihadismo locale L'Occidente deve attrezzarsi»
l'intervista«Con il jihadismo troppo spesso ci si è fissati su Paesi e situazioni specifiche, ragionando nell'urgenza. Ma va visto come fenomeno globale. In questo senso non stupisce il suo propagarsi nell'Africa subsahariana». A parlare è Asiem El Difraoui, tedesco-egiziano, politologo e specialista di jihadismo. Mette in guardia anche sulle nuove frontiere di questa piaga, perfino in Asia: «Chi avrebbe immaginato che potesse diventare un problema pure nello Sri Lanka?».E dire che qualche mese fa si cantava vittoria, guardando alla sconfitta di Daesch...«La realtà è un'altra. Una trentina d'anni fa il fenomeno si limitava a Paesi come l'Afghanistan, l'Algeria o la Cecenia e oggi quelli toccati sono sempre più numerosi».Cosa rappresenta la Somalia nello scenario jihadista?«È simile all'Irak, di cui si parla molto di più. Sono Stati artificiali creati dai Paesi coloniali, nel caso della Somalia, l'Italia e il Regno Unito. Poi, dopo la fine della colonializzazione, sono finiti nelle mani di dittatori. Si sono sviluppate amministrazioni corrotte, che non hanno risposto ai bisogni della popolazione. Questi Stati inadempienti sono stati affrontati da movimenti con finalità locali che hanno inglobato il jihadismo. Da altro punto di vista, la Somalia è parte del Sahel».In che senso?«Sahel deriva da una parola araba che significa «costa»: dove finisce il deserto, vi è un clima semi-arido più propizio all'insediamento umano, che è come una costa. E questa esiste all'Ovest in un Paese come il Mali o all'Est in Somalia. È un ambito omogeneo, nel quale la lotta al jihadismo andrebbe coordinata. E invece la Francia ha stimolato la creazione del G5 Sahel, con cinque Paesi francofoni. Anche lì manca la visione globale. Una lotta comune da parte degli occidentali, invece, rappresenterebbe una responsabilità collettiva».Si guarda all'Algeria e alla Libia come ai Paesi da dove il Sahel sarebbe stato contaminato. È vero?«L'Algeria fu negli anni '90 uno dei focolai storici, da dove cellule jihadiste si spostarono ai margini meridionali del Paese, anche in Mali. Per quanto riguarda la Libia, dopo la caduta del regime di Gheddafi è diventata un supermercato di armi per l'intero Sahel e questo ha favorito lo svilupparsi del jihadismo. Ma soprattutto questo s'è innestato sulle esigenze di autonomia e di miglioramento socio-economico di varie popolazioni».Quai ad esempio?«I Peul (o Fulani), che sono semi-nomadi e hanno cominciato a usarlo come strumento delle loro rivendicazioni ».Quali Paesi sono nell'Africa subsahariana le nuove frontiere del jihadismo?«Sicuramente il Burkina Faso. Attenti anche al Senegal». -- LEO. MAR.© RIPRODUZIONE RISERVATA