La lezione di don Gianni «Giovani, bere non è vita»

Flavia Perinaroma. Le bare bianche, le rose bianche, il silenzio assoluto che avvolge le morti inaccettabili dei più piccoli: i funerali di Gaia Von Freymann e Camilla Romagnoli, al Preziosissimo Sangue della collina Fleming, sono in ogni dettaglio i funerali di due bambine. Funerali all'antica, senza un cellulare che si alzi per scattare un'immagine, senza il trillo di una suoneria, senza il più piccolo brusio in chiesa o nel cortile antistante, persino con una lunga fila per la comunione che viene distribuita dagli officianti anche fuori, dove si è assiepata la folla del quartiere. Nel chilometro d'oro di Roma Nord il traffico automobilistico è interrotto, le serrande abbassate in segno di lutto come si fa nei paesi. Il bar Fleming ha proprio chiuso, si entra solo per andare in bagno. La morte di Gaia e Camilla ha svestito delle loro sicurezze figli, madri, padri del quartiere di riferimento dei Moccia e dei Vanzina, cancellando per un giorno l'estetica luccicante ed esibizionista del luogo.Le centinaia di amichette che si assiepano intorno ai due carri funebri per l'ultimo saluto non sono più le adolescenti estroverse, svelte e ben truccate della movida di Ponte Milvio, ma topolini spaventati e confusi, sembrano piccolissime senza l'accurato maquillage che mettono in mostra ogni sera davanti ai mille pub del quartiere. Anche gli adulti appaiono più adulti, improvvisamente consapevoli delle loro responsabilità e pietrificati dal pensiero delle troppe notti brave tollerate, della troppa libertà accordata per sfinimento o svogliatezza nell'esercitare il ruolo di genitori. «Poteva succedere anche a me», è l'evidente pensiero nascosto dietro ogni paio di occhiali scuri, dietro ogni lacrima mentre suona «Per Te» di Jovanotti con il suo struggente elenco di cose quotidiane che rendono straordinaria la vita. La messa funebre per Gaia e Camilla chiarisce i motivi per cui questa tragedia della strada, una delle tante a Roma, ha colpito l'opinione pubblica in modo speciale. Ricorda alla parte fortunata della città la fragilità dei suoi figli e l'alto rischio di stili di vita fino a ieri liquidati con l'espressione "ragazzate". L'officiante, il parroco don Gianni Matteo Botto, ci ha messo un inatteso surplus polemico: «Ci sentiamo onnipotenti e poi non riusciamo a seguire le regole base della convivenza. Ci riscopriamo tutti un po' palloni gonfiati. Il senso della vita non è bere e fumarsela». Ovvio il riferimento all'investitore, Pietro Genovese, figlio ventenne del regista Paolo. Da ventiquattr'ore è agli arresti domiciliari. L'ordinanza del Gip è stata più generosa del giudizio del sacerdote e ha lasciato intravedere un concorso di colpa tra «l'imprudenza e imperizia» del guidatore, positivo al test sull'alcool e noncurante dei limiti di velocità, e la «condotta incautamente spericolata» di Gaia e Camilla, che avrebbero attraversato col rosso. Ma qui, davanti al Preziosissimo Sangue, il giudizio e la disputa sulle responsabilità prendono un'altra direzione e finiscono tutti interi sulle spalle dei genitori. Troppa comprensione. Troppa disponibilità. Troppa generosità verso questi figli nati, come si dice a Roma, col cucchiaio d'argento in bocca. E persino loro, i baldanzosi ragazzini del Fleming, almeno per un giorno si sentono più obbedienti, "più figli": alla fine del funerale cercano mamma e papà e vanno via disciplinatamente con loro. Oggi niente macchinetta, niente scooter. Altrove, sui social, è lotta di classe - «A Roma Sud si muore ogni giorno, perché non fa notizia? » - oltreché scontro tra colpevolisti e innocentisti. «Si vergognino giornalisti e politici che ancora vogliono dipingere Genovese Jr. come un novello Dreyfus, il sacerdote ha colto bene la valenza etica della questione» scrive Marco Gervasoni, il professore dell'Università del Molise finito nei guai per un post che incitava ad affondare le navi dei migranti. Sul fronte opposto Luca Bartolomei, figlio del capitano della Roma morto suicida e scrittore impegnato contro le armi facili: «Da padre di due figli e da essere umano non riesco a non immedesimarmi tanto nei genitori di Camilla e Gaia quanto in quelli di Pietro».Rumore di fondo qui a Collina Fleming, dove non c'è voglia di discutere ma solo un collettivo senso di smarrimento. Non scalda più di tanto persino la polemica contro il Comune per la scarsa illuminazione del tratto di corso Francia dove è successa la tragedia. Certo, il cuscino d'alloro con lo stemma del Campidoglio mandato dall'amministrazione è rimasto fuori dalla chiesa, buttato in un angolo del cortile e mezzo calpestato dalla folla, ma forse nessuno lo ha fatto apposta, forse è solo un caso. --© RIPRODUZIONE RISERVATA