«Cambiate la legge» Così la Camera di commercio vuole evitare la fusione
Luca SimeonePAVIA. In attesa del pronunciamento della Corte Costituzionale e dell'esito del ricorso al Tar del Lazio, la Camera di commercio di Pavia continua a muoversi anche sul piano politico per scongiurare l'accorpamento con Mantova e Cremona. E non lo fa da sola, ma assieme ad altre 17 Camere di commercio che contestano i criteri stabiliti dal ministero dello Sviluppo economico, su proposta di Unioncamere, per procedere agli accorpamenti.Il decreto ministeriale dell'8 agosto 2017 (che ha attuato la riforma avviata l'anno precedente) ha fissato la riduzione del numero di enti da 105 a 60: riduzione da attuare unendo le Camere di commercio con meno di 75 mila iscritti (Pavia ne ha circa 58 mila).fronte del noIl «fronte del no» (cinque di questi 18 enti, tra cui Pavia, hanno anche presentato ricorso al Tar) ha elaborato una richiesta di modifica della legge, che prevede in sostanza l'eliminazione della soglia minima dei 75 mila iscritti e la sua sostituzione con il criterio dell'equilibrio economico-finanziario. In buona sostanza si argomenta: se una Camera di commercio è in grado di reggersi sulle proprie gambe, perché dovrebbe accorparsi ad altre? Inoltre la fusione - dicono le 18 Camere di commercio - dovrebbe avvenire su base volontaria e non per effetto di una decisione presa dall'alto. Nel caso di Pavia, poi, la contestazione riguarda anche la scelta della sede legale del nuovo ente, che contrasta proprio con i criteri adottati: Mantova, nonostante che Pavia abbia un numero decisamente superiore di imprese iscritte (oltre 58 mila, appunto, contro le 50 mila circa di Mantova e le quasi 37 mila di Cremona).l'unione contestata«L'accorpamento in particolare con Mantova non può funzionare - ribadisce il presidente della Camera di commercio di Pavia, Franco Bosi - ci separano tanti chilometri, non esiste nemmeno una continuità territoriale, le strutture economiche sono differenti. Poi a nostro avviso fissare in 60 il numero di Camere di commercio non ha alcun significato: noi proponiamo un criterio basato sulla capacità di ciascun ente di sostenersi economicamente. E noi a Pavia abbiano una struttura molto agile, con tutte le caratteristiche per continuare a stare da sola». Il decreto di attuazione della riforma tra l'altro prevede di assegnare un organico di 57 unità a Mantova e 49 ciascuna a Pavia e Cremona. l 'ombra dei commissariLa battaglia degli enti "ribelli" non è solo contro il ministero ma anche interna, nei confronti cioè di Unioncamere, l'organizzazione che rappresenta l'insieme degli enti territoriali e che ha ispirato le modalità di attuazione della riforma. «Secondo alcune voci Unioncamere starebbe facendo forti pressioni sul governo per il commissariamento di quelle Camere di commercio che come la nostra contestano le norme e i criteri adottati - dice Bosi - noi abbiamo avviato un confronto sia con Unioncamere, che a quanto pare non ha intenzione di recedere sul numero di 60 Camere di commercio, che con il ministero. Ci auguriamo che vi sia un intervento costruttivo e non una forzatura». Dovrebbe essere invece prorogato l'aumento del 20%, in scadenza al 31 dicembre, di alcune tipologie di diritti camerali, che però solo in piccola parte compensa il taglio del 50% avviato nel 2016. «Le Camere non si reggono su contributi da Unioncamere o dal ministero - spiega Bosi - ma grazie ai diritti pagare dalle imprese iscritte». Ad aprile la Consulta dovrebbe esaminare la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tar del Lazio sulla base del ricorso presentato da cinque Camere di commercio, tra cui Pavia: l'oggetto è l'articolo della riforma del 2016 che prevede che la collaborazione nella funzione legislativa tra Stato e Regioni si realizzi con la semplice formulazione di un parere, e non attraverso un'intesa. --