Pronto l'accordo sulle riforme Voto a 18 anni anche per il Senato
il retroscena Se tutto filerà liscio, se non vinceranno la battaglia i franchi tiratori che si annidano in tutti i gruppi, domani arriverà il via libera definitivo al fatidico taglio dei parlamentari: la legge costituzionale che porta da 630 a 400 i deputati e da 315 a 200 i senatori. Ma non finirà qui. Perché questo storico passaggio in aula non solo sarà seguito da un probabile referendum confermativo (può essere richiesto di qui a tre mesi). Ma anche da un documento che verrà sottoscritto domani dai capigruppo dei partiti di maggioranza: 5Stelle, Pd, Italia Viva, Leu. Sono le «condizioni» che consentono alle forze di centrosinistra di dare un assenso ad una riforma da loro considerata monca: perché non elimina il bicameralismo paritario modificando il ruolo del Senato; e insidiosa, perché riduce la rappresentanza politica e territoriale.Ecco dunque cosa stabilisce questa carta d'intenti. Intanto un timing secondo cui entro dicembre andrà depositata una legge di riforma elettorale, che «tenga conto del taglio dei parlamentari per minimizzare gli effetti sulla rappresentanza». Testo da definire: si parla di un proporzionale con correttivi in senso maggioritario, come una soglia alta di accesso che scoraggi a votare i piccoli partiti. Ma il «preambolo» siglato dai capigruppo declina in dettaglio quanto scritto al punto 10 del programma di governo. Fissando l'avvio entro ottobre di tre riforme costituzionali. La prima è la modifica della base territoriale di elezione del Senato (da regionale a circoscrizionale come alla Camera) per ridurre gli effetti distorsivi della rappresentanza politica; e per evitare che vi siano regioni «in cui arrivare a prendere un seggio diventa impresa eroica», come dice Federico Fornaro (Leu), gran sostenitore di questo correttivo. Secondo: rendere uniforme l'elettorato attivo e passivo di Camera e Senato, ovvero 18 e 25 anni per entrambi i rami del Parlamento. Terzo: diminuzione (in proporzione al taglio dei parlamentari) del numero di delegati regionali (oggi 58) per l'elezione del capo dello Stato, per evitare un peso eccessivo dei governatori nel plenum che elegge il Presidente.Ma ci sono pure altre questioni in ballo: come il nodo del rapporto fiduciario tra governo e Parlamento, il tema della sfiducia costruttiva. Questione di prima grandezza di cui si parla da anni. Questo istituto presente in Germania e Spagna, garantisce stabilità ai premier e ai governi. Come? Rendendo impossibile al Parlamento votare una sfiducia al governo senza votare contestualmente la fiducia ad un nuovo esecutivo. Significa che anche se privo di una maggioranza, un governo può restare in carica se le forze non trovano un accordo per formarne un altro. Va poi affrontata dalla nuova maggioranza la riforma che introduce il referendum propositivo, già approvata in prima lettura e ora ferma in Senato. Come anche la modalità di partecipazione dei governatori regionali all'iter legislativo dell'Autonomia differenziata al Senato.--C.B.