Formaggi, l'export corre veloce Ma in Canada calano le vendite
Roberto FioriMaurizio Tropeanobra. Gli stagionati e i freschi. Ecco le due locomotive che, nei primi sei mesi dell'anno hanno trainato la forte crescita delle esportazioni di formaggi e latticini. Il report di Ismea, diffuso in occasione del festival Cheese che si conclude domani a Bra, mette in luce un deciso cambio di marcia rispetto al rallentamento dell'anno scorso: l'incremento va oltre il 12%, 4 volte l'andamento contenuto del 2018 (+3%) , il più basso degli ultimi 10 anni. In questo scenario positivo c'è un dato in controtendenza, quello del Canada dove «le esportazioni di Grana Padano e Parmigiano Reggiano si sono ridotte di 1/3 (-32%) scendendo a soli 1,4 milioni di chili», denuncia la Coldiretti che mette sotto accusa il Ceta, l'accordo di libero scambio tra Ue e Canada. Una flessione che riaccende le polemiche politiche e anche quelle tra organizzazioni agricole legata alla ratifica dell'intesa da parte del parlamento italiano. Coldiretti è per il No mentre Confagricoltura - che pur riconosce la flessione - e Cia sottolineano la bontà di quell'accordo internazionale perché come «segnalato dagli industriali di settore, il fenomeno dipende da un'inefficiente gestione delle quote. Occorre continuare a lavorare per la piena applicazione dell'Accordo e riteniamo che il problema, segnalato anche dagli operatori francesi, possa essere superato a breve». Ma oggi i numeri che riguardano i Canada sono negativi. Colpito è l'intero settore caseario nazionale: Provolone (-33%), Gorgonzola (-48%), Pecorino romano e Fiore sardo (-46%). Perdono quote anche Asiago, Caciocavallo, Montasio e Ragusano (-44%). Un dato che farà discutere anche perché, come si legge nel report Ismea, l'export verso gli Usa cresce del grazie all'ottima performance di Grana Padano, Parmigiano reggiano (+26%) e dei Pecorini (+28%). Il presidente Ettore Prandini attacca: «Il Ceta ha legittimato per la prima volta nella storia dell'Ue le imitazioni del Made in Italy. La prova è che la produzione del Parmesan è aumentata del 13% come pure quella di ricotta e mozzarella locale, Provolone taroccato e non ben identificato formaggio Friulano». Coldiretti, poi, mette sotto accusa anche l'accordo tra Ue e Giappone. Ma i ricercatori di Ismea segnalano un ottimo andamento in Giappone di formaggi sia stagionati (+22,8%) sia freschi (+24,9%) . Ma a Bra, tra gli stand di Cheese, si para un altro fronte. Slow Food International ha analizzato i disciplinari delle 236 Dop e Igp europee del settore caseario e mette in dubbio l'efficacia di questo regolamento, che sebbene resti valido nei principi, nei fatti viene spesso disatteso a favore di una industrializzazione del prodotto. Al punto che gli allevatori e i casari più rigorosi si trovano costretti a cercare altre vie per affermare l'artigianalità, la qualità e la biodiversità dei loro formaggi. «Solo il 39% dei disciplinari obbligano a usare latte crudo - spiega Raffaella Ponzio di Slow Food International - Gli altri restano vaghi o consentono la pastorizzazione, condizionando fortemente il risultato finale». Anche sulle razze animali c'è confusione: 108 disciplinari (46%) non danno indicazioni sulle razze da cui deve provenire il latte, pochissimi chiedono ai produttori di allevare razze «locali» o «del territorio», ma senza specificarne il nome. Sui fermenti, la situazione è ancora peggiore: «L'86% delle Dop e Igp consente quelli industriali ed è anche per questo che Slow food ha lanciato a Cheese la sua campagna sui formaggi naturali» spiega Ponzio.In Italia, se il disciplinare del Parmigiano Reggiano è un esempio virtuoso, lo stesso non si può dire per le regole troppo generiche adottate dall'Asiago e dalla Toma Piemontese. Ma all'estero la situazione non è migliore: in Francia c'è il caso del Camembert ormai industrializzato e in Inghilterra quello dello Stilton, che addirittura obbliga a pastorizzare il latte. -- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI