Un'alleanza di governo motivata più dalle paure che da un programma
Con l'incarico di Sergio Mattarella a Giuseppe Conte si apre la strada per una maggioranza giallorossa. Esito dell'autoaffondamento di Matteo Salvini, che da pessimo giocatore di poker ha messo sul tavolo l'intera posta senza tenere conto delle carte degli altri. Errore imperdonabile per chi, solo qualche settimana fa, aveva in mano il Paese e invocava addirittura «pieni poteri».Certo è che il modo con cui nasce la nuova intesa non è incoraggiante. La discontinuità invocata da Nicola Zingaretti sbiadisce davanti al «rivendichiamo tutto» grillino a proposito dell'esecutivo con la Lega, alla riconferma di Conte a Palazzo Chigi, alla volontà di Luigi Di Maio di rimanere nel governo in posizione influente. Solo un deciso mutamento sul piano programmatico e una presenza nei ministeri chiave di esponenti democratici può attutire questo indubbio effetto disorientante.A indurre il Pd al rischioso matrimonio sono più fattori: il timore per una deriva sovranista capace di mettere in discussione alleanze internazionali, equilibri istituzionali e sdoganare il peggio della xenofobia; le mosse di Matteo Renzi, che apre ai grillini per guadagnare tempo e preparare il nuovo partito, divenendo, intanto, il detentore della golden share della nuova compagine; l'istinto di un ceto politico, come quello dem, che non riesce più a stabilire legami con larga parte della società italiana se non da posizioni di governo.Non sono mancate, poi, le pressioni di importanti attori esterni, nazionali e internazionali: a partire dall'Europa. Zingaretti è restato, così, prigioniero della diffusa voglia di infliggere un duro colpo a Salvini. Ma ci sarebbe voluto del tempo per preparare un parto così a rischio, giunto al momento decisivo senza regolare gestazione. E magari un nuovo passaggio elettorale, capace di fare da levatrice al fragile nascituro e poi farlo tenere a battesimo da nuovi, e più convinti, genitori.Quanto ai grillini, non tornare alle urne è l'unico modo per sopravvivere alla fallimentare prova di governo e, al contempo, fare da partito cerniera che rende intercambiabili le alleanze. Centralità che il ritorno al voto vanificherebbe. Da qui la minimizzazione, in nome del proclamato superamento della distinzione destra-sinistra, del vertiginoso cambio di maggioranza avvenuto in questa lunga estate calda.Sono, dunque, le diverse paure a definire le ragioni della fragile alleanza tra M5s e Pd. Ma mentre nel Pd si cerca di dare spessore politico all'operazione, sottolineando la rottura con il segno di destra del precedente esecutivo, i Cinquestelle lasciano trasparire, quanto meno nel "capo politico", evidenti nostalgie per quello che non c'è più. Stato d'animo che non è certo un buon viatico per il governo nascente. Anche se la riconferma nel ruolo di guida dell'esecutivo rafforza Conte, destinato a giocare una partita propria anche nel M5s, dove Di Maio, vittima dei propri errori politici, appare in caduta libera. --