L'ala governista dei 5 Stelle vuole evitare l'attacco frontale

il retroscenaFederico CapursoÈ come se il tempo si fosse fermato al giorno delle Europee. Il terrore del M5S di tornare al voto è paralizzante ed è lì, palpabile, in ciò che non viene detto. O meglio, in quel che non si vuole dire. Alla notizia dell'arresto di Paolo Arata e di suo figlio Francesco, i Cinque stelle esultano, dicono «avevamo ragione noi», chiedono alla politica tutta di «schierarsi contro mafie e corruzione». Eppure, nessuno degli uomini di governo, in nessuna nota o dichiarazione pubblica, proferisce mai la parola «Lega». Dimenticata, in un capolavoro di rimozione collettiva, la connessione tra Arata e l'ex sottosegretario leghista Armando Siri, che prima delle Europee i grillini avevano cavalcato fino a lacerare i rapporti con gli alleati. L'unica preoccupazione, oggi, sembra quella di non indispettire i leghisti. Di non offrire a Matteo Salvini un pretesto per aprire una crisi di governo.La linea softLa linea soft viene dettata direttamente da Di Maio: «Rispetto il lavoro della magistratura, non voglio entrare nel merito, certo in questo caso la puzza di bruciato si sentiva da lontano...». L'asticella è stata fissata. Poco dopo, i deputati M5S della commissione Giustizia aggiungono che «la linea del Movimento è stata netta fin da subito: se personaggi che gestiscono affari in odor di mafia cercano contatti con politica e Istituzioni, queste ultime devono respingerli». Di riferimenti alla Lega nemmeno l'ombra. Si stringe nelle spalle Giulia Sarti, ex presidente della commissione Giustizia: «Serve responsabilità. Non possiamo fare associazioni tra Lega e Arata a indagini in corso». Sembra improvvisamente lontano il tempo in cui - quando Arata non era stato nemmeno arrestato - tra i grillini si marcavano le «differenti sensibilità tra 5 Stelle e leghisti, quando si parla di corruzione». L'imbarazzo è tale che Sarti alla fine sbotta: «L'altro figlio di Arata sarà anche assunto a palazzo Chigi da Giorgetti, ma cosa possiamo fare noi, se gli italiani non lo capiscono? Non ci resta che parlarne con i nostri alleati nelle sedi opportune». Non più, evidentemente, a favore di telecamere. «Non ho visto molti parlamentari parlare di Lega e Arata. Tu ne hai visti?», chiede a un collega Giuseppe Brescia, presidente della commissione Affari costituzionali. «Quando facevamo opposizione avremmo avuto un'altra reazione. Di questo passo, però, ci torneremo presto, questo è sicuro».Il silenzio impauritoQualcuno, in verità, prova l'attacco frontale. Ma si tratta di «cani sciolti» (così chiamano nel Movimento quei pochi parlamentari che non seguono i dettami dello staff della comunicazione), e in altri casi, sono uomini M5S ormai lontani dai Palazzi romani. Il più duro è Alessandro Di Battista, sempre più distante da Di Maio, che su Facebook senza giri di parole sferza la Lega, «un partito che non sta rubando a Forza Italia solo voti. Purtroppo gli sta rubando uomini e dinamiche. Arata, d'altro canto, prima di diventare (secondi i giudici) "socio occulto di Vito Nicastri, a sua volta legato al boss di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro" e prima di partecipare a convention leghiste sull'energia, è stato deputato proprio di Forza Italia». Interviene anche Nicola Morra, presidente della commissione Antimafia, prima per ricordare a Salvini di essere stato invitato ufficialmente in audizione, poi per rettificare che l'invito risale al 7 maggio e non ha nulla a che fare con l'arresto di Arata. Più tardi, ospite a Otto e mezzo, punge senza voler fare male: «La Lega corre il pericolo di essere infiltrata, ma come qualunque altro partito, perché le mafie cercano sempre di stare il più vicino possibile a chi governa». E tutto intorno, il Movimento, in prudente impaurito silenzio. -- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI