Silenzio, sul podio c'è Zubin Mehta Il direttore della pace e dei 3 tenori

carlo e. gariboldiIl grande pubblico italiano ha imparato a conoscere Zubin Mehta nel 1990. È la vigilia del Campionato mondiale di calcio, quello che consacrerà la Germania di Lothar Matthäus e l'estro di Diego Maradona, quando il direttore d'orchestra indiano - allora 54enne - viene scelto da José Carreras, Plácido Domingo e Luciano Pavarotti per dirigere il loro memorabile concerto, passato alla storia come quello dei Tre tenori. Il disco dello spettacolo è ancora oggi il più venduto nella storia della musica classica e lirica: 12 milioni di copie (con incasso di 20 milioni per la Decca). Zubin Mehta, nato nel 1936 a Bombay, oggi Mumbai, nel 1990 era in realtà già un direttore affermato. La fortuna che lo ha accomunato ad altri coetanei - ha sostenuto in un'intervista - è in primo luogo anagrafica: «Dopo la seconda guerra mondiale era venuta a mancare una generazione di direttori e così dai grandi vecchi si è passati ai giovani».Il suo debutto sul podio è nel 1956, a 20 anni, in Austria. Da allora ha diretto almeno 8.500 concerti (5 volte quello di Capodanno). «Non so far altro, che lavorare», dice di sé. È un indiano orgoglioso di essere indiano, anche se è della minoranza Parsi (sono meno di 100mila in tutto il mondo). Parsi è anche la famiglia dell'industriale Ratan Naval Tata e di Rajiv Ghandi, primo ministro, tra il 1984 e l''89, poi assassinato dalle Tigri Tamil.«Mi sento ancora profondamente indiano. Sono cresciuto nella cultura, nell'arte e nella gastronomia del mio Paese. Ma per quanto riguarda la musica, la mia formazione è stata solo occidentale. Fin da piccolo, in casa, ho sempre ascoltato Mozart e Beethoven. Solo da grande sono diventato un fan della musica indiana, e oggi mi piacciono musicisti come il sitarista Ravi Shankar e i tablisti Ali Akbarkan e Zakir Hussein - ha raccontato -. Ho studiato in un collegio di Gesuiti. In India, nella prima metà del Novecento, le migliori scuole erano di questo tipo, e non erano frequentate solo da cattolici. Anzi, nella mia classe di trenta ragazzi, solo maschile, erano rappresentate sette religioni: oltre ai cattolici, protestanti, induisti, musulmani, sikh, ebrei, e parsi come me. Questa è stata anche una scuola di civiltà e di tolleranza». Grande interprete davanti alle orchestre, grande uomo nella vita. Mite, tollerante. «La mia aspirazione è di portare la musica tra la gente che si odia», dice.Vive nel mondo e ha casa sulle colline di Firenze e in California. Odia, se può odiare un tipo così, il presidente americano Donald Trump: «È una vergogna che spicca per mancanza d'intelligenza. Alle Nazioni Unite ridono dei suoi discorsi. Sa come parlare agli ignoranti, i quali lo votano proprio per il modo scemo in cui parla».La musica, sostiene, può fare molto per unire i popoli: «In Kashmir c'è una situazione penosa, ma nel 2013 ho diretto un concerto in cui per la prima volta spettatori hindu e musulmani si sono trovati uniti spiritualmente ad ascoltare Franz Joseph Haydn e Beethoven. La musica ha una forza di coesione che arriva in sfere decisamente inaccessibili alla politica». Questa sera (ore 20.30) il direttore indiano dirige alla chiesa del Carmine la Grande Messa in do minore opera 427, considerata una pietra miliare nella musica sacra del Settecento. -- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI