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cannes. Una storia di andate e di ritorni, di scoperte e di mutamenti, di amori perduti e ritrovati, di ferite che lasciano il segno e di un presente che, inevitabilmente, ha perso le speranze della giovinezza per concentrarsi sulle ansie della maturità. Alla soglia dei 70 anni Pedro Almodovar torna al Festival (inaugurato martedì e che si chiuderà sabato 25 maggio) per la settima volta, con Dolor y gloria (da domani nelle sale), affresco crepuscolare sull'esistenza di un regista che gli somiglia molto, ma non del tutto, e su una nazione, la Spagna, che è cambiata insieme a lui: «C'è sempre stata una corrispondenza tra la mia vita e quella del Paese in cui vivo, è naturale che, nei miei film, si sia avvertita l'influenza dell'aria che respiro. Due settimane fa, fortunatamente, l'atmosfera è cambiata, in una direzione che io approvo completamente. La solitudine, l'isolamento che racconto in questo film riflette, invece, il clima cupo di una Spagna pre-elettorale, adesso credo, e spero, che sia iniziata un'era nuova e quindi posso dire che il mio prossimo film sarà molto allegro».gioco di specchiPer animare il gioco di specchi di «Dolor y Gloria», Almodovar aveva bisogno di un alter-ego affidabile, un attore, Antonio Banderas, nato con lui e da lui tornato, pronto a farsi plasmare senza opporre resistenza, con la dedizione di chi, dopo aver abbandonato le proprie radici e aver costruito una carriera hollywoodiana, da attore, da regista e anche da uomo, ha capito che era arrivato il momento di compiere il cammino inverso: «Ho scelto di girare il film da soldato semplice - dice Banderas -, accettando ogni suggerimento e indicazione, sapendo che, mai come questa volta, Pedro si sarebbe raccontato in profondità. Dovevo essere il suo strumento, gli ho detto che ero lì per ascoltare e per cercare di capire quello che lui realmente voleva da me. Mi sono liberato di tutto, Pedro voleva che mi denudassi, e così è stato».Nel tessuto del film, tra situazioni vissute e immaginate, sperimentate in prima persona oppure rielaborate in base ai racconti di amici, c'è l'universo di Almodovar osservato dalla prospettiva più intima, con la volontà di non nascondere nulla, ma anche, dice l'autore, senza rimpianti nè rimorsi: «Ho fatto degli errori, e credo sia importante saperlo, per non ripeterli, ma non me ne pento, perché il pentimento e il rimordere della coscienza sono, per me, sensazioni legate alla religione, a un'ideologia basata sulla colpa e sul castigo, che non mi appartiene». la svoltaL'età imponeva la svolta e, stando al successo riscosso dal film in patria, anche il pubblico ha finalmente capito che Pedro Almodovar è un grande regista, capace di cambiare: «Per anni, dopo "Donne sull'orlo di una crisi di nervi", la gente mi fermava per strada chiedendomi di fare un altro film così. Ma io non potevo farlo, anche se, magari, mi sarebbe piaciuto. Oggi, invece, sono sorpreso e contento, ho l'impressione che il mio mutamento, l'essere diverso, più vulnerabile, in sintonia con la mia evoluzione biologica, sia stato recepito dagli spettatori. Sono più fragile, questo crea empatia, e tutto è successo in modo naturale, senza calcoli, nè forzature». --