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pavia. Grandi mattoni romani, recupero di un fiorente passato, inseriti accanto ai più piccoli mattoni medievali. Per costruire la torre civica i pavesi del tempo reimpiegarono materiali di seconda mano. Scarseggiava la pietra da costruzione ma c'erano anche ragioni simboliche in questa scelta. Per lo stesso motivo incastonarono frammenti di sculture antiche, figure di leoni, lapidi romane. Qualità dei materiali e differenti procedimenti esecutivi fanno propendere gli storici per fasi costruttive differenziate. Un cantiere sempre aperto. Il primo intervento di completamento risale al XVI secolo. L'impresa venne affidata ad Ascanio Salerno nel 1551. Luisa Giordano, in un suo saggio, ricorda come già nel 1552 «i rappresentanti civici lamentavano che la qualità della calce usata nella costruzione fosse molto scadente e ancora nel settembre 1554 si diceva che la malta impiegata era così magra da non fare presa».La sistemazione attuata dal Salerno non durò a lungo. Nel 1568 fu approntato un nuovo contratto di appalto che prevedeva lo smantellamento della cella campanaria. Ma anche questo rimase lettera morta. «la volta minacia ruina» Nel frattempo furono issate sulla sommità quattro colonne in pietra, che giacevano presso l'Università, dove «già tanti et tanti anni sono state e sta sepulte in l'herba».Dieci anni più tardi il campanaro del duomo reclamava un ulteriore intervento perché a causa della pioggia «la volta minacia ruina e le catene o feri che tengono insieme le colone son rotte». L'imprenditore Ascanio Salermo promette di «levar via le quatre colonne». Solo a fine secolo la città prende definitivamente coscienza del pericolo per lo stato di degrado in cui versa la struttura che rischia di cadere sulla chiesa e sulle case vicine causando danni irreparabili. «oltre che facilmente sarebbe ocorso morte di qualche persona...».Una preveggenza L'11 settembre 1582 le autorità avvertono che Imminet et periculum ne columnae posite supra campanile.... Insiste anche il campanaro: «la cima del campanile minacia rovina e strapiove tutto quando piove». L'acqua filtrava e corrodeva le strutture. La Municipalità finalmente corre ai ripari. Istituisce una tassa sulla carne, mal digerita dai beccai che si sentirono eccessivamente vessati. Il progetto fu affidato al Pellegrini, i lavori agli impresari Bernardo Folla e Antonio Maria Tibaldi. Quattro anni di tempo per l'intervento. Un impegno finanziario di 7mila lire iniziali, più mille ogni mese. ll progetto prevedeva di smontare la cella campanaria, ammalorata dalle infiltrazioni.In cella per i ritardi Una vicenda segnata da lungaggini, inadempienze e incidenti che costò persino il carcere agli impresari. Rimasero in cella qualche mese e ottennero la libertà solo dopo aver promesso di portare a termine l'opera entro tre anni. Nel 1594 un masso che stavano innalzando precipitò uccidendo tre operai. Un nuovo colpo fu assestato alla torre nel 1638 quando, per celebrare la vittoria delle armate spagnole che avevano espugnato Vercelli, si fece una festa in piazza con fuochi e mortaretti. Scoppiò un incendio che causò danni ingenti. La città chiese risarcimento al povero campanaro. Si aprì una causa che fece scendere in campo uno dei miglio legali dell'epoca, il professore universitario Antonio Marenda. Non è ben chiaro come sia poi andata a finire la contesa. Di sicuro il campanaro perse il posto dal momento che nel 1640 il responsabile era un altro. --M.G.P.