Di Maio, futuro da leader legato a troppe incognite tra governo, Lega e Pd
«Sono molto soddisfatto». Così ha detto il vicepresidente del Consiglio e ministro del Lavoro Luigi Di Maio uscendo dall'aula dopo l'approvazione al Senato del "decretone" su reddito di cittadinanza e quota cento. E anche il tamponamento dell'affaire Giulia Sarti, con la sequela di menzogne a cui ha messo fine la magistratura, ha contribuito a far "passare la giornata" al capo politico pentastellato.incognite a rafficaMa il futuro, anche a breve termine, presenta varie incognite, e fa emergere nitidamente quello che, insieme al camaleontismo postideologico, è il secondo fondamento del dna del Movimento 5 Stelle. Vale a dire, il tatticismo - e, precisamente, quello da politique politicienne, molto in stile vituperata Prima Repubblica (non per caso, del resto, visto che nella fase della cavalcata trionfale, oggi interrottasi, il sogno caldeggiato dall'inner circle dimaiano e dalla direzione politica della Casaleggio Associati era quello di convertirsi in una sorta di "Balena gialla" e neo-Dc postmoderna). Le trasformazioni (stravolgimenti radicali rispetto ai "principi" dichiarati alle origini) a cui sta per andare incontro l'ex soggetto "rivoluzionario" e antisistemico della scena politica nazionale paiono infatti rispondere a esigenze eminentemente tattiche. A partire da quella di lasciare in sella il leader ridimensionato dalle recenti sconfitte e alle prese con la forte fibrillazione interna dell'ala più ortodossa (anche se l'impressione, ancora una volta, è che si tratti di «tanto rumore per nulla» destinato a non produrre conseguenze significative). Di qui, l'obiettivo di Di Maio di blindarsi alla testa dell'organizzazione dove, in tutta evidenza, «uno non vale uno» per ulteriori nove anni (ipotesi resa possibile dal regolamento interno che consente di prorogare per un secondo quinquennio il mandato del "capo politico"). E, dunque, dal partito bipersonale e azienda-partito della fase della diarchia Grillo-Casaleggio padre si passerebbe al partito (quasi) personale di Di Maio, che conta sull'assenza di alternative a disposizione del garante e del figlio del cofondatore nonostante le loro insoddisfazioni (per motivi differenti).E tattici, infatti, sono gli aggiustamenti (apertura alle alleanze, strutturazione di una catena di organismi dirigenti interni e fine del vincolo del doppio mandato per le cariche elettive) volti esclusivamente a rendere il M5s più competitivo per le prossime tornate elettorali. A tal punto da farne un partito a tutti gli effetti sotto il profilo organizzativo, per quanto continui imperterrito (nel nome del "doppio registro" o, se si preferisce, della "doppia morale") a rifiutare l'istituzionalizzazione, e finisca per rifugiarsi nella sedicente democrazia diretta delle consultazioni della piattaforma Rousseau, che hanno reso ormai patente la loro logica neoplebiscitaria di pura ratifica delle decisioni prese dalla leadership.legato alla legaE, dunque, Di Maio - tramontata anche la strategia "antagonista" del nuovamente desaparecido Alessandro Di Battista - risulta legato ancor più mani e piedi al governo insieme al leghista Matteo Salvini, attuale detentore incontrastato delle chiavi della politica italiana futura.A meno che, in caso di vittoria di Nicola Zingaretti (e di improbabile rottura del patto legastellato), si attivi un'interlocuzione tra Pd e Movimento 5 Stelle da cui potrebbero scaturire scenari inediti. Ma, al momento, il calcolo delle probabilità al riguardo risulta molto, ma proprio molto, sfavorevole.