NIENTE LACRIME SUL LATTE VERSATO

VITTORIO EMILIANI Andai in Sardegna nel 1960 per una inchiesta sui porti e sull'economia dell'isola all'epoca allo stato quasi naturale. I residenti erano meno di 1 milione e mezzo, l'occupazione prevalente quella agro-pastorale, quasi il 38%. Gli ovini risultavano circa 2 milioni, un terzo dell'intera Italia. Formaggi e vini isolani sembravano dei diamanti grezzi. Andai a Cagliari, in Regione, mi parlarono assai poco di pecore e di vigne. Moltissimo di un Piano di Rinascita che puntava tutto o quasi sull'industria, chimica e petrolchimica. Venivo dall'Emilia-Romagna che si stava industrializzando rapidamente partendo però da una agricoltura specializzata che reggeva sui mercati e da una zootecnia di qualità. La prima industrializzazione partiva dalla terra (laterizi inclusi, per non parlare del nascente "boom" delle piastrelle). A questo rilievo in Regione risposero con un sorriso di sufficienza. E andarono avanti con la chimica, verso le cattedrali nel deserto. Sui vini, in sessant'anni, la Sardegna ha fatto passi da gigante. Non c'è stato invece un progresso altrettanto forte nei formaggi. È rimasto tanto individualismo. Nella zona dell'Asiago Dop le cooperative riuniscono il 72% dei produttori, in quella del Parmigiano Reggiano Dop il 79%. I caseifici di produttori coprono nelle province del Grana Padano il 56% e in quelle del Parmigiano Reggiano il 65%, per l'Asiago il 45%. Con tutto ciò spesso quei produttori sono nelle mani delle banche che detengono i magazzini dove la stagionatura dura due anni e oltre. Pure in Sardegna le coop esistenti sono sottocapitalizzate. Già nel 2003-2004 l'indebitamento era forte. Tamponato, sarebbe riemerso a breve. Perché in realtà il latte di pecora sarda dipende dalle quotazioni del Pecorino Romano Dop che, tre anni fa, ha toccato sul mercato prezzi record che consentivano di pagare il latte ai pastori 85 centesimi al litro. Poi - sostengono gli esperti sardi - è successo che certi trasformatori lattiero-caseari laziali si sono fatti ingordi, hanno fatto crollare ad arte i prezzi del loro pecorino sostenendo che c'era un enorme surplus di latte. Subito il prezzo del latte pagato ai pastori sardi (poco organizzati e pertanto deboli) si è dimezzato. Un disastro. Cosa bisogna fare? Diversificare la produzione sarda, creare formaggi più appetibili, organizzare i pastori in caseifici sociali, creare una vera "filiera" coniugando turismo e prodotti tipici. Tocca alla Regione, e ai pastori. Altrimenti le crisi si rincorreranno. -- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI