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Maria Grazia PiccalugaTesserino numero 6375. E' il viso di un ragazzo felice quello impresso nella fotografia del documento che ufficializzava l'assunzione del quindicenne Dante Proti alla Necchi macchine per cucire nel 1963. Lo conserva dal 2 settembre di 56 anni fa quando, terminati i quattro anni della scuola professionale istituita da Vittorio Necchi (oggi Ipsia in piazale Marconi), ricevette la "lettera" di convocazione. «Me la mandarono anche la Bergonzi e l'Alpa di San Genesio perché la scuola Necchi era un lasciapassare, sfornava operai specializzati e corteggiati dalle altre aziende. Io ovviamente scelsi di lavorare in Necchi». Dante Proti, classe 1948, terminato il corso da meccanico inizia in fonderia e dopo 5 anni l'azienda lo aiuta a realizzare il sogno di diventare disegnatore. «Mi fecero seguire un corso di 8 ore al giorno per 9 mesi - ricorda - . Sono rimasto in Necchi fino al 1972, poi sono andato a Milano e negli anni '80 mi sono messo in proprio».«la Necchi era il pane»Eppure la storia non era cominciata bene. Orfano di mamma a due anni, papà invalido, campava con il magro stipendio del fratello maggiore, manovale a Copiano. «La scuola professionale della Necchi ha rappresentato una svolta fondamentale nella vita di chi, come me, non aveva possibilità economiche per mandare i figli a scuola - spiega Proti -. Invece di fare il muratore o l'imbianchino ci si poteva professionalizzare. Esisteva l'alternativa della Franchi Maggi, ma a differenza della Necchi non dava possibilità concrete di poter lavorare in un'azienda. E all'epoca la Necchi rappresentava "il pane"». Primo stipendio: 11mila lire. La Pia casa d'industria Una scuola che formava addetti era stata fondata a Pavia già nel 1917: si chiamava Pia Casa d'Industria e aveva sede in via Volta, in una proprietà del conte Cavagna Sangiuliani. Era nata nel 1817 - recita lo statuto, oggi conservato all'Università dell'Illinois - «per dare lavoro e alimento ai poveri d'ambo i sessi della città di Pavia e suoi borghi che non trovano diversamente impiego e sussistenza». Qualche anno più tardi fu trasferita in piazza Ghislieri. Aveva 24 iscritti ma stentava a decollare perchè lo spirito d'iniziativa dei pochi imprenditori lasciava a desiderare. Nel 1937 Vittorio Necchi decide di istituire una scuola professionale che possa formare i futuri tecnici d'officina (meccanici ed elettricisti) della sua Necchi, avviata nel 1919. La chiama con il nome di suo padre, Ambrogio , scomparso prematuramente nel 1916. La famiglia gestiva una fonderia di ghisa e produceva vasche da bagno e radiatori per termosifoni, dietro la stazione ferroviaria. Prima ancora un'azienda di ferramenta. in piazzale marconiVittorio Necchi ingaggia l'architetto Carlo Morandotti e gli conferisce l'incarico di costruire in piazzale Marconi la nuova scuola. L'attuale Ipsia. In mille metriquadrati trovano posto aule, laboratori, officine, una palestra. «La direzione della scuola fu affidata ad Aristide Annovazzi - ricorda Agostino Faravelli nel suo libro "Vittorio Necchi, ricordi di un grande Uomo e di una grande ditta" -. Figura notissima a Pavia anche per il suo impegno culturale come filologo e dialettologo di fama». «All'ingresso c'era il busto di Ambrogio Necchi - ricorda Dante Proti - e un grafico con gli alunni. Negli anni d'oro erano anche mille. Le classi erano numerose, fino a 34 alunni». Ricorda nitidamente anche gli insegnanti, molti dei quali pensionati arruolati da Necchi. «Il signor Cordara, che insegnava disegno tecnico, severissimo - racconta - E il signor Rolandi, di tecnologia di officina. E poi c'era il signor Lauri, un finto burbero che, quando lo facevamo arrabbiare, lanciava il martello, a raso sul pavimento». Nel 1962 la riforma della scuola media abolisce le scuole professionali. Ci volle del tempo prima che venissero istituiti nuovi corsi triennali che prevedessero l'insegnamento pratico. Anche la scuola Necchi fu assorbita e diventò statale a tutti gli effetti. -- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI