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PAVIA. Una professoressa di greco e un gruppo di giovani rapper. Cosa li unisce? L'essere cresciuti al Vallone, periferia che più di altre ha conservato, riplasmandola nel tempo, una sua identità. Dove l'aria popolare, che negli anni Sessanta si respirava dentro i palazzoni, era impastata di solidarietà e orgoglio. E dove oggi i giovani cercano un nuovo riscatto. Mara Aschei, docente di greco e latino al liceo classico Foscolo, vi è cresciuta. Com'era il suo Vallone?«Ho abitato dapprima al Crosione, che era il nucleo originario, dai 6 ai 26 anni. Per qualche anno ho cambiato zona e poi ci sono tornata. La definirei la mia terra d'adozione. Un quartiere con un'identità forte, marcata, considerato marginale dal centro città, quasi di serie B e per questo desideroso di riscatto. Non godeva di grande attenzione: le strade negli anni Sessanta non erano ancora tutte asfaltate, l'illuminazione arrivava fino all'attuale farmacia, sul piazzale. Non c'era ancora il ponte sul Rosio e per attraversare si doveva percorrere tutta via Solferino per il lungo o imboccare la campagna. E oltre via Solferino solo campi e prati». E i palazzoni popolari, pieni come alveari. «Si, ma al Crosione, accanto a quelli erano sorte anche molte casette su terreno agricolo, costruite direttamente dagli stessi proprietari, operai, muratori».Un operoso quartiere popolare.«Ci si conosceva tutti, c'era un tessuto umano molto caldo. Un senso di solidarietà reciproca. Un'infanzia collettiva, i bambini erano sorvegliati da tutti. Il centro che coagulava era la parrocchia che aveva un oratorio sempre aperto, tenuto in piedi da don Giovanni Monatnari che si avvaleva di due vice giovani e attivi. La chiesa, quella di cemento che vediamo oggi, ancora non esisteva. I ragazzi si autogestivano. I più grandi seguivano i piccoli che erano sempre più di 250-300».I figli di tutto il quartiere.«Un anno organizzammo una caccia al tesoro che riuscì a coinvolgere davvero tutti. Le mamme, le nonne, entrammo nelle case e nei negozi che a raggiera si affacciavano su piazzale Crosione. Questo ricordo è rimasto nel cuore di tutti coloro che vi hanno partecipato. E' stato un evento corale. Vigeva grande collaborazione tra parrocchia e comitato di quartiere. I servizi sociali erano presenti perché i casi difficili erano numerosi, soprattutto quando il quartiere si è allargato e sono sorti anche Cassinetto e Rocchino».Oggi sono i giovani, con il rap, a denunciare le difficotà che incontrano.«All'epoca non c'era il rap ma la musica si. E' sempre stato un collante sociale. In oratorio si mettevano in piedi i recital, direttamente dentro la chiesa che era lo spazio più grande, ospitava fino a mille persone a ogni evento. Anche con i recital noi giovani avevamo la percezione di essere un corpo sociale, un'entità con delle cose da dire».Non tanto diversi dai ragazzi di oggi, dunque.«Oggi il mondo che guardano con occhio critico non è più solo quello del quartiere ma della multiculturalità. Ci sono aperture di luce e di serenità su uno sfondo di amara consapevolezza del guastarsi delle relazioni sociali. I giovani rapper assumono la veste di profeti e lettori acuti della società e delle sue maschere, ipocrisie, tensioni. L'idea di mettere a confronto generazioni diverse penso sia un interessante esperimento sociale». Professoressa lei segue il rap per stare al passo con i suoi studenti o le piace? «Il rap mi interessa molto. Me l'hanno fatto conoscere i miei figli. Prima Fabri Fibra, Club Dogo, le gare di freestyle. L'ultimo che ho ascoltato è Rancore. E il nome svela molto di lui. E' bravo ma anche aspro. Conosce bene la lingua italiana, ha testi molto ricchi, di denuncia, spesso aggressivi». --M.G.P. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI