Esclusa da Whatsapp picchia una madre Condannata a 8 mesi
Fabrizio Merlipavia. Esclusa dal gruppo Whatsapp delle mamme, ne aveva aggredita una sbattendole la testa contro un palo della luce. In primo grado era stata condannata a 6 mesi (oltre a 10mila euro di risarcimento), in appello la pena è stata aumentata a 8 mesi. Alessandra Megna, 39 anni, di Pavia era a giudizio con le accuse di atti persecutori e lesioni. Nel 2015 la donna faceva parte, insieme ad altre madri, di un gruppo Whatsapp che raggruppava i genitori dei bimbi iscritti a un corso di basket. L'esclusione dal gruppo di discussione aveva fatto precipitare la situazione. Anche se già in precedenza vi era stato un deterioramento dei rapporti tra la Megna e un'altra madre. Il 16 aprile 2015, l'imputata aveva litigato con l'altra madre, ma non si era limitata alle parole. L'aveva afferrata per i capelli «sbattendole la testa contro un palo della luce, torcendole il collo e sferrandole dei pugni sulla schiena e sulla pancia», provocandole lesioni poi giudicate guaribili in 45 giorni.Questo episodio, giunto al culmine di una serie di provocazioni, aveva fruttato alla Megna una denuncia per lesioni, peraltro scattata d'ufficio visto che la prognosi superava abbondantemente i 20 giorni. Ma la 39enne è stata processata anche per atti persecutori.In questo caso, le condotte erano state molteplici. Tra le contestazioni, il fatto di avere apostrofato la sua "avversaria"con epiteti come «grassona, culona, zoccola», di avere minacciato di fare del male a lei e a suo figlio, di averla spintonata senza motivo. Inoltre di avere minacciato e ingiuriato la donna con telefonate e messaggi Whatsapp, di averle detto «ti faccio vedere io come diventa bello tuo figlio con un secchio di acido in faccia», di essersi rivolta al figlio dell'altra dicendogli «Adesso vengo lì e prendo a calci il culone della putt... di tua madre» e di averla perseguitata con telefonate anonime. L'insieme delle minacce e delle ingiurie avevano provocato nella parte offesa uno stato di ansia e si paura. E in conseguenza di ciò la donna aveva iniziato a chiedere al padre e ad alcune amiche di accompagnarla e aveva tentato di spostare il figlio in un'altra cosa. Insomma, aveva cambiato forzatamente le proprie abitudini. Qui qui la seconda imputazione di atti persecutori. E la prima sezione penale della Corte d'Appello di Milano ha inasprito la condanna. --