«La mafia più forte dove lo Stato è debole» Lupo ammonisce: non si abbassi la guardia

pavia«Il termine "mafia" è decisamente inflazionato. È sulla bocca di tutti, usato per definire sia piccoli gruppi stranieri che si occupano di traffici illeciti sul nostro territorio, sia quattro "cravattari" che si mettono d'accordo per imbrogliare i clienti sui prezzi. Ormai chiamiamo mafiosi i gangster, le bande criminali, allargando il significato del vocabolo e rischiando di togliergli ogni senso. Perché «se denominiamo "mafia" così tante realtà delinquenziali, senza porre le giuste differenze, creiamo solo confusione e incapacità di riconoscere il pericoloso fenomeno».L'ammonimento arriva da Salvatore Lupo, professore dell'università di Palermo, tra i più quotati studiosi della mafia in ambito italiano. Lupo tiene oggi alle 17.30, nell'aula Scarpa dell'università di Pavia, una lectio magistralis dal titolo "La mafia: cento anni di storia tra locale e globale", in occasione dell'inaugurazione dei corsi della laurea interfacoltà in Storia d'Europa. Professore Lupo, qual è allora la giusta definizione di mafia?«Una forma di organizzazione criminale che tende al controllo di territori delimitati, con un forte radicamento nel tempo e una forte enfasi sulla tradizione locale, aderendo a codici sociali e culturali riconosciuti dalla popolazione. I mafiosi doc, d'altro canto, si presentano sempre come uomini d'onore, religiosi e, paradossalmente, rispettosi delle autorità». Da quanto esiste tale fenomeno nel nostro Paese?«La prima volta che la parola "mafioso" compare ufficialmente alla luce del sole è in una commedia teatrale del 1863, a Palermo: "I mafiusi de la Vicaria". Ma io penso che la questione non sia tanto sapere quando tutto è cominciato: è più importante capire perché è durato e continua a sopravvivere. La mafia recentemente si è manifestata potente in regioni dove non si credeva esistesse, a Roma e nel nord. E non sto parlando di semplice esportazione di mentalità criminose da parte di gruppi meridionali, ma della loro riproduzione in loco. Molte società si sono dimostrate assetate di mafia».Da che deriva questa sete?«Da un sistema degli affari e politico che richiede una regolamentazione non legale. Affinché la criminalità organizzata prosperi, infatti, ci vuole un "divario di statualità", per il quale il sistema legale delle norme non è più in grado di tenere sotto controllo i vari volti in cui il mondo degli affari e dei malaffari si traveste e presenta. Si ha bisogno quindi di una realtà alternativa, mafiosa appunto, che prenda in mano la situazione e la gestisca». La mafia siciliana ora è in un periodo sottotono, mentre la 'ndrangheta sembra avere preso il sopravvento a livello nazionale. Come mai accadono tali passaggi di scettro? «La criminalità organizzata prospera nella tolleranza sociale, istituzionale e delle autorità di polizia. Non ritengo sia corretto dire che dei gruppi mafiosi siano straordinariamente più forti o abili rispetto ad altri, in quanto la loro forza non deriva da capacità intrinseche ma dall'accoglienza che incontrano sul territorio. La mafia siciliana è stata troppo violenta negli anni Ottanta e Novanta, si è esposta eccessivamente rendendosi intollerabile pure dai propri tradizionali protettori: adesso ne sta pagando le conseguenze. La 'ndrangheta, invece, è incontrastata ormai da lungo tempo: le è stato permesso di diventare potenza globale. Ciononostante i fenomeni mafiosi sono sempre complessi e ci si può aspettare un colpo di scena da un momento all'altro. Non è possibile abbassare la guardia». G. CUR.