L'odio alimentato dai social in uno spazio senza legge
Poche ore dopo la strage della sinagoga di Pittsburgh, tre cronisti del New York Times sono andati a verificare quante persone avessero postato su Instagram agganciandosi all'hashtag #jewsdid911, che sintetizza la vetusta fake news sugli ebrei responsabili dell'attacco alle Twin Towers. Erano già quasi dodicimila. E deve preoccuparci il fatto che Instagram sia di gran lunga il social più usato dai ragazzi. E poiché la comunicazione interpersonale digitale fa sì che l'estremismo urlato salga di livello quando uno dei tanti che se ne abbeverano diventa protagonista di fatti drammatici, un altro hashtag molto frequentato dopo l'attentato a opera del suprematista trumpiano Robert Bowers è risultato essere #88, abbreviazione del saluto nazista "Heil Hitler" per la doppia iniziale H, ottava lettera dell'alfabeto.I social sono dunque il porto franco dell'hate speech, ossia dell'aggressione verbale? In parte sì, e la responsabilità è dei gestori, che finora hanno garantito l'impunità a chi alimenta l'odio, contando sui ritardi normativi. Ha scritto The Daily Beast, sito tra i più informati d'America: "Instagram, di proprietà di Facebook, è diventato un rifugio per le figure di estrema destra".È evidente che qualcosa deve essere fatto al proposito, come sta accadendo nei confronti del piccolo social network Gab, sul quale Bowers aveva annunciato le proprie intenzioni terroristiche senza che alcuno se ne accorgesse e intervenisse. Abbandonato dagli investitori pubblicitari, Gab adesso boccheggia. Ma si può fare altrettanto con giganti come Facebook, Twitter, Instagram? Soprattutto, sarebbero accettabili interventi repressivi? Ovviamente no, perché sui social non circola solo l'odio: lì trovano casa il dibattito politico, il gossip, il commento degli show tv, lo sfottò sportivo e ogni notizia che attragga gli utenti, ciascuno potenziale o attivo commentatore.Quando ho cominciato a scrivere questo articolo, su Twitter gli hashtag che definiscono i "trend topics" italiani erano nell'ordine #fascistometro, #1novembre, #juventus121, #tuttisanti e #artissima2018. Il fascistometro è un test ideato dalla scrittrice Michela Murgia, pubblicato in appendice a suo ultimo libro, per misurare il proprio o l'altrui tasso di fascistizzazione. Artissima è la fiera torinese di arte contemporanea. Gli altri hashtag non hanno bisogno di spiegazione. Tre ore più tardi, in prima serata, tutt'altra classifica, con netta prevalenza dell'effetto tv: #XF12 (X Factor), #piazzapulita, #pechinoexpress eccetera.Moltissimi di noi comunicano attraverso i social network, che hanno potenziato le possibilità di creare e mantenere rapporti tra persone vicine e lontane, con le istituzioni, con le aziende, con i servizi pubblici e privati, spesso condizionandoli. Non possiamo più farne a meno. Ma è necessario che chi li guida trovi il modo di rendere difficile la vita a quanti li usano per spargere i semi dell'odio.Lo faranno? Ne dubita l'opinionista del Washington Post Kara Swisher: dopo aver raccontato come, trent'anni fa, fosse stata presa di mira da un lettore antisemita che le inviava lettere con minacce e insulti, conclude: "Non riesco a dirvi quanto sia triste per me scrivere queste cose. Dopo aver visto per la prima volta Internet, sperai che avrebbe aiutato a eliminare i comportamenti che avevano alimentato quelle lettere orribili. Immaginavo ingenuamente che un uomo solo che inviava a un giornalista missive piene di cattiverie non riuscisse a trovare un simile rifugio sulla rete, il suo odio sarebbe stato visto per quello che era, denunciato ed esorcizzato". Accade il contrario: perché i frustrati s'esaltano quando trovano una platea.-