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Tutto cominciò con una mela. Nella notte dei tempi, Eva addentò il frutto proibito subendo così l'espulsione dal Paradiso terrestre. I guai degli uomini, il peccato, le sofferenze, nacquero da quel morso, da quel succoso e gustoso morso che mischiò la colpa di superbia all'ingordigia e che scatenò l'ira di Dio. La storia viene in parte raccontato nella Genesi, nella Bibbia, ma ci dimostra anche forse una delle più grandi cantonate che il pensiero contemporaneo ha ereditato dal Medioevo: la credenza, cioè, che il frutto proibito fosse una mela, nonostante nelle Sacre Scritture non venga mai specificato. Il concetto è spiegato nel saggio "Nutrire il corpo, nutrire l'anima nel Medioevo" a cura di Chiara Crisciani e Onorato Grassi (Ets, 2017, pp.258, euro 24), che viene presentato nella biblioteca Universitaria di Pavia. «In latino, il termine "mela" veniva tradotto con malum, ugualmente al termine male - spiega la professoressa Crisciani - perciò, a causa della loro naturale assonanza, dei riverberi nelle chiese e dell'ignoranza degli ascoltatori, le due parole vennero per secoli scambiate con facilità dai fedeli, portando l'errore linguistico fino a noi e in un certo senso segnando la nostra mentalità, che inconsciamente associa la mela a un frutto pericoloso o avvelenato». Ma il cibo, i frutti, le pietanze, le verdure e le carni medievali, hanno influenzato in tanti altri modi lo stile di vita odierno.«Tra il V e il XV secolo c'era una grande attenzione nei confronti delle diete alimentari salutari - chiarisce Chiara Crisciani - un po' come oggi, che stiamo attentissimi a cosa mangiamo per stare meglio con noi stessi, il corpo e lo spirito. All'epoca venivano stilate diete precise a seconda delle diverse professioni che gli individui svolgevano: gli intellettuali dovevano nutrirsi con parsimonia, dato che stavano spesso seduti facendo poco movimento; ai nobili veniva invece chiesto di limitarsi con la carne, evitando il rischio di prendersi la gotta». L'autrice aggiunge: «Oggi pronunciamo numerose parole senza comprenderne appieno il significato, dimenticato nello scorrere del tempo. Ad esempio, noi italiani al mattino facciamo colazione, senza ricordarci del breve pasto serale dei monaci accompagnato dalla lettura delle Collationes di Cassiano, come prescriveva la Regola di san Benedetto. Ci può inoltre capitare di gustare squisite pietanze, senza considerarle un atto di pietas, compiuto da chi offriva un cibo da dividersi in due».Si potrebbe andare avanti a oltranza: trascorriamo ore liete con dei buoni compagni (cum pane, chi condivideva lo stesso pane); assaggiamo la ricotta (il recottum lac in uso a Cluny); beviamo la birra, della cui invenzione raramente ringraziamo i barbari con la loro cervogia e i monaci benedettini. Ci rallegriamo poi col vino, di cui c'era bisogno nelle Eucarestie, portando alla diffusione della coltivazione della vite a nord; usiamo ancora le spezie e le erbe aromatiche, assai apprezzate nel Medioevo e usate anche per la cura dei malati. «Insomma, i debiti che abbiamo sono tanti, nel bene e nel male - conclude la docente - Se ne abbiamo consapevolezza, aumentiamo non solo la nostra cultura, ma pure la comprensione del mondo circostante». --GAIA CURCI