Europa, la posta in gioco del voto
(segue dalla prima pagina)Due sono gli schieramenti che si confronteranno e che già si sono confrontati nel recente voto di Strasburgo contro il Premier ungherese. Da una parte, per farla breve, gli "europeisti", dall'altra i "sovranisti". Della procedura contro Orban, qui, non interessa molto; infatti l'unanimità richiesta per il suo prosieguo sarà certamente esclusa dal voto dei paesi del Visegrad e di qualche altro paese compiacente fra i quali temo che possa esserci anche quello italiano. E' curioso però che il "populista" Orban si salvi per effetto di meccanismi istituzionali dell'Unione mentre è "condannato" da un voto che rappresenta, a maggioranza, la volontà del popolo europeo. Ma è qui il punto. Orban è l'alfiere delle piccole "sovranità nazionali", come il suo amico Salvini. Per questi "sovranisti" il popolo europeo è praticamente la gente che in Europa sta fuori dai confini del proprio Stato nazionale; confini oggi, per di più, segnati con il filo spinato o quasi.Sta qui la vera e principale ragione della contrapposizione elettorale del prossimo maggio fra "europeisti" e "sovranisti" ed è una contrapposizione radicale da cui discendono anche contrasti su come l'Unione possa essere ripensata nel medio periodo. I risultati di questa doverosa riforma, che interessa moltissimo entrambi gli schieramenti, non potranno, tuttavia, che andare verso direzioni opposte; da una parte, verso la "sovranità europea", dall'altra verso la chiusura della "sovranità" nel recinto nazionale dei singoli Paesi. Gli uni, per usare un'espressione breviloquente, dentro l'Unione per completarla; gli altri dentro per svuotarla.Ecco perché la storia dell'Europa può regredire insieme alla cultura e alla intelligenza che l'hanno coltivata per un secolo. Si fa un balzo all'indietro, si disperde lo spirito europeo, la meta federalista sparisce, sempre più vulnerabile diventa la solidarietà dei paesi del continente ciascuno dei quali può essere anche orgoglioso del suo "primato nazionale" (Italia first), ma è un primato inesistente in una Europa che, a quel punto, è ormai solo uno spazio libero per i nuovi equilibri politici e le nuove convenienze delle grandi potenze del mondo. Questa è la deriva, se non viene fermata, del nazionalismo che l'Europa ha già conosciuto e di cui ha sofferto nel secolo scorso. Un nazionalismo a cui si accompagna una ideologia semplificatoria di ogni problema che è già di per sé un'ideologia violenta, tipica di un populismo che si sente legittimato a tutto e contro tutti forte del voto popolare. E' una violenza solo di linguaggio? Forse sì, se solo con parole ed espressioni si offende il principio costituzionale che la "sovranità" appartiene al popolo, ma deve essere esercitata "nelle forme e nei limiti della Costituzione" (art. 1). Queste parole sono comunque pericolose, creano disordine, confusione, malessere nella vita della Repubblica; sono parole violente da cui può conseguire un diffuso squadrismo di ritorno. Ecco perché il richiamo agli anni '30 e ai movimenti fascistici dell'epoca, che può sembrare provocatorio, è invece assolutamente puntuale.C'è, dunque, più di un fronte per gli europeisti nella battaglia per il rinnovo del parlamento di Strasburgo. Un fronte che deve essere tenuto senza timidezze, quasi presi dalla paura del vento contrario. Giusto parlare di una Europa troppo inceppata, ma ancora più giusto avvertire che questa inefficienza dipende, il più delle volte, basta pensare ai flussi migratori, dalla "governance intergovernativa" che prevale su quella "sovranazionale". La trappola è ormai chiara: i "sovranisti", come ha scritto Massimo Riva (v. Repubblica 23/9), "usano il loro dissenso per bloccare ogni iniziativa dell'Unione al fine di poterla poi accusare di incapacità decisionale"; e si può aggiungere: Salvini, sull'equivoco, può così continuare tranquillamente la sua campagna elettorale.Siamo, insomma, a un punto delicatissimo del lungo percorso verso l'integrazione politica dell'Europa per cui è fondamentale, se si è europeisti, esserlo fino in fondo con coraggio. Si sono sentite in questi giorni voci autorevoli che segnalano fatti di riavvicinamento verso l'Europa: per esempio una certa "nostalgia" per l'Unione che, sotto traccia, è evidente nelle difficoltà del Regno Unito dopo la Brexit e poi il rilievo di Ilvo Diamanti: "Quando si scende sotto i 30 anni la fiducia nella UE sale". Bene, ma per affrontare la campagna elettorale ciò che conta è la coscienza della "giusta battaglia". L'Italia è uno dei paesi fondatori del progetto Europa; tutti sanno che senza l'Italia, l'Europa non si fa. Bisogna essere all'altezza della prova. Ecco perché è giusto puntare su uno schieramento democratico, largo e plurale, di forze, non solo italiane, sinceramente europeiste, partiti e movimenti, centri di cultura e di studio, sindacati, aree di volontariato cattolico e laico; e una leadership forte, di grande spessore politico e culturale. Le preoccupazioni che sempre si manifestano per uno schieramento siffatto quando si opera a livello nazionale qui non hanno ragione di esserci: il contesto è completamente diverso.