«Ad Aleppo resiste anche la speranza»

m. grazia piccalugaÈ rimasto con un filo di voce Fra Ibrahim Alsabagh, che non si stanca mai di raccontare la sua Aleppo. Quando le corde vocali lo tradiscono arriva in soccorso fra Francesco Ielpo, commissario di Terra Santa del Nord Italia che lo sta scortando su e giù per l'Italia. Domani sera, alle 21, il parroco della città più martoriata della Siria sarà ospite dei confratelli del convento di Canepanova di Pavia, che giovedì celebrano la solennità di San Francesco d'Assisi, patrono d'Italia. Nato a Damasco nel 1971 da una famiglia cristiana, Ibrahim Alsabagh per tre anni ha studiato Medicina all'Università siriana, prima di rivoluzionare la sua vita e prendere i voti, entrando nell'Ordine dei Frati Minori. Quattro anni fa, mentre si trovava a Roma per completare gli studi, gli è stato chiesto di tornare in Siria, a fare il parroco tra la sua gente. Fra Ibrahim, lei dal 2014 vive ad Aleppo. Come è la situazione di queste ultime settimane?«La città, dopo sette anni e mezzo di guerra, è una colomba con le ali spezzate che ancora non riesce a volare». Una colomba è simbolo di pace e di speranza, ad Aleppo si continua a morire. «Non abbiamo mai perso la speranza. Il 29 dicembre 2016 è stato proclamato il cessate il fuoco. La città non è più stata bombardata ma non è finita l'emergenza alimentare, sanitaria, medica. L'economia è ferma, le industrie sono state saccheggiate, le case sono distrutte, non c'è lavoro. La Siria è ancora sotto embargo. Settimana scorsa ci sono stati dei morti, a causa di scontri violenti in periferia, ma i media ormai non ne parlano più». Quante persone sono rimaste nell'inferno di Aleppo?«Dei 4milioni di un tempo, circa un milione e 400mila. Ma si fatica a fermare l'emorragia, sono ancora in fuga».Padre, come sono le sue giornate? «Si fa un programma e un istante dopo è già tutto cambiato. Le persone bussano costantemente alla porta del nostro convento, a qualsiasi ora del giorno e fino a notte fonda. Non si lascia nessuno inascoltato. Chiedono aiuto, si sfogano, piangono, cercano conforto e una strada per alimentare la loro speranza dopo tanta sofferenza e disperazione». E voi cosa rispondete? Come riuscite a difendere la vita in un Paese in cui regna la morte?«La speranza non si infonde con una pacca sulla spalla. La speranza nasce nel momento in cui capisci che Dio non ti abbandona. E ti viene incontro con opere concrete. La nostra parrocchia ha messo in campo in questi anni 50 progetti con cui cerchiamo di rispondere ai bisogni primari della popolazione, in primis quello della ricostruzione delle case. Inoltre ogni mese distribuiamo alle famiglie della zona 3700 pacchi alimentari». Ad Aleppo, tra la miseria e il dolore, c'è ancora spazio per i miracoli?«Il miracolo è la vita che nasce. Due giovani che si sposano. I bambini che vanno ancora a scuola. Prima della guerra celebravamo circa 100 comunioni all'anno. Nel 2017 ce ne sono state 25, quelle dei bambini nati sotto i bombardamenti. Se si pensa che dei 350mila cristiani che vivevano in città ne sono rimasti a malapena 30mila. E vivono nel bisogno totale di tutto, tra fatica e dolore. Come vi si può aiutare da qui?«Continuando a pregare per il Medio Oriente. E poi qui c'è davvero bisogno di tutto. A causa dell'embargo non possiamo importare beni, servono solo aiuti economici». --