Comincia l'anno scolastico si puÒ ROMPERE LA ROUTINE
La scuola italiana ha mille magagne. Lasciamole da parte per un istante, e guardiamo invece al compito decisivo al quale l'educazione scolastica è preposta: un compito enorme di civiltà rivolto ai nostri ragazzi che di fatto comunque assolve, nonostante tutto, grazie a quegli insegnanti che meriterebbero un monumento. Non tutti, ovviamente, ma una parte significativa di loro. Questo compito (che mi piace chiamare "enorme") consiste - in breve - nel mettersi di traverso rispetto alla routine consolidata della nostra società: una società stretta, bloccata dentro una mentalità limitata che le famiglie quasi sempre incarnano e che trasmettono ai figli. Capita così che questi ragazzi, e anche bambini ai primordi delle esperienze scolastiche (perfino pre-scolastiche), entrino nelle aule già provvisti di comportamenti che li conformano alla società omologata a cui sono destinati. Mettersi di traverso significa contrastare con gli strumenti della formazione culturale un simile blocco delle esperienze, facendo almeno intravedere quegli altri orizzonti che pure esistono ma che la routine generalizzata e il pensiero unico che essa produce fanno sparire.IL PESO DELL'INDIFFERENZACome è stato opportunamente richiamato (da Benedetta Tobagi nel suo dialogo con Franco Lorenzoni comparso su Repubblica), la parola chiave che caratterizza tale routine è indifferenza, ed è qui che la scuola deve organizzare la sua battaglia se vuole assolvere al proprio compito. Non sono un educatore professionale, tuttavia ho sempre osservato con attenzione il comportamento dei piccoli, soprattutto nella fase in cui il bimbo inizia a trasformarsi in pre-adolescente. È proprio l'indifferenza il tratto che mi colpisce di più.Da sempre il genitore o il maestro di scuola stigmatizzano l'apatia e l'indolenza indifferente di figli e alunni, allo scopo di sollecitarne attenzione e curiosità. Ma solo ora l'indifferenza si distingue dalla pigrizia ed è diventata una sorta di "qualità" assorbita dal contesto microsociale che permette di collocarsi in esso in modo accettabile: insomma, il bambino si assesta in una condizione che talora pare quasi autistica, in un "suo" mondo (sempre più digitalizzato).LA PLURALITÀ DEL MONDOChiudersi nell'indifferenza è diventata una modalità di esistenza, nello stesso tempo difensiva e integrante. La scuola tradirebbe se stessa se accettasse per buona e coltivasse tale maniera di adeguarsi alla routine sociale e culturale. Al contrario, deve lavorare come un reagente proponendo all'alunno esempi di diversificazione e, per così dire, di mondi alternativi. Educazione del cittadino o cultura critica possono restare parole vuote se non si caricano di questa apertura di orizzonti e della conseguente capacità di sbloccare schemi già fissati e articolare i grumi di identità stretta presenti fin dall'infanzia. Ne va del piacere o del rifiuto di apprendere.Se un bambino si trincera in un «non mi piace andare a scuola», di solito vuol dire che lo studio e il sapere non sono riusciti a forzare la sua indifferenza. Il bravo insegnante (oppure: il vero insegnante) è chi riesce a mostrare ai suoi alunni il bozzolo dentro cui si sono rinchiusi indicando loro che c'è un fuori nel quale possono avventurarsi. Ogni disciplina può essere insegnata così, cioè valorizzando di volta in volta la diversità delle epoche e dei luoghi, la molteplicità dei linguaggi, la capacità del sapere di modificarsi nel tempo e nello spazio, il ruolo dinamico e aperto della stessa scienza... (E, intanto, eccomi qui ad apprestare il trolley con cui mio figlio, che sta facendo il salto dalle elementari alle medie, dovrà portarsi a scuola e riportarsi a casa ogni giorno chili di libri nuovi e alquanto costosi).