NAZIONALIZZARE LE AZIENDE IL PREZZO DI UNO SLOGAN
Il dibattito politico italiano torna a occuparsi di nazionalizzazioni, uno strumento di politica economica che proprio il passato consiglia di discutere con estrema cura, date la sua complessità e le importanti conseguenze prodotte. Molto spesso i governi italiani hanno proceduto a nazionalizzare per far fronte a situazioni di grave crisi o a vere e proprie emergenze. Così è avvenuto in occasione della nascita dello "Stato imprenditore" , nel corso degli anni '30, quando Benito Mussolini con "tecnici" di grande profilo (Alberto Beneduce e Donato Menichella) ha creato l'Iri e l'Imi per evitare la scomparsa di numerose aziende e il tracollo dei principali istituti bancari, trasferendone la proprietà ai due enti.Per dotare il nuovo sistema economico "pubblico" della liquidità necessaria veniva riformata la Banca d'Italia, trasformata nel prestatore di ultima istanza per le banche di credito ordinario, divenute di "interesse generale" . Attraverso l'Iri, poi, lo Stato avrebbe proceduto a molteplici salvataggi "industriali" di imprese altrimenti destinate a chiudere, dalla Motta, ai cantieri Rinaldo Piaggio a tutte le partecipazioni alimentari della Montedison. Lungo questo percorso i dipendenti dell'Iri passarono dai 257mila del 1960 ai quasi 484mila del 1985; nella sostanza, tutti dipendenti "pubblici", in quanto sottoposti a un datore di lavoro pubblico. Le nazionalizzazioni, da quella appena ricordata alla trasformazione dell'Agip nell'Eni fino alla costituzione dell'Efim, hanno contribuito in maniera determinante fino alla metà degli anni '80 a far lievitare il debito pubblico. Una simile crescita è stata favorita dalla teoria degli "oneri impropri": qualora le società pubbliche ritenessero opportuni per l'utilità generale investimenti in perdita, diventava possibile farli ricorrendo a un contributo "straordinario" da parte dello Stato che normalmente si finanziava emettendo titoli pubblici e incrementando così il monte del debito. Era quasi inevitabile dunque che le nazionalizzazioni diventassero uno degli strumenti principali attraverso cui la politica esercitava forti pressioni sull'economia.Il controllo delle società pubbliche, i cui vertici erano nominati dalla politica, era svolto da Comitati ministeriali e da Commissioni parlamentari mosse, in primo luogo, dalla ricerca del consenso, con vere e proprie campagne di assunzioni e salvataggi spericolati. Peraltro, questo sistema di forzata alimentazione dei sussidi a imprese decotte, oltre a far crescere il debito pubblico, esponeva le società pubbliche a una pesante dipendenza nei confronti delle banche, destinate ad andare incontro a ineludibili difficoltà e quindi a chiedere aiuto allo Stato in un pericoloso circolo vizioso.Uno degli esempi più chiari di utilizzo del controllo di una società pubblica a fini di condizionamento del consenso politico fu rappresentato dall'Eni di Enrico Mattei che, nella seconda metà degli anni '50, divenne un vero player del panorama nazionale, attraverso il giornale Il Giorno e due agenzie di stampa, finanziate da Eni. Solo in pochi casi, come avvenne per la nazionalizzazione dell'energia elettrica, lo strumento dell'acquisizione da parte dello Stato della proprietà delle aziende ha realmente risposto a una esigenza di migliore funzionamento del mercato e di superamento di monopoli privati in settori strategici, di cui l'energia era, appunto, un esempio. Anche in tale circostanza tuttavia fu necessario pagare un pesante indennizzo alle società private concessionarie, pari a oltre 1500 miliardi, che in larga parte uscirono dall'economia italiana per trovare collocazione all'estero. Il dibattito sulle nazionalizzazioni non può avvenire a colpi di slogan e sull'onda dell'emozione.