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Che la partita più immediata sul futuro di questo Paese, soprattutto dopo il crollo del ponte Morandi a Genova, si giochi sulle infrastrutture, è evidente. Si svolgerà sull'orizzonte dei trasporti e delle vie di comunicazione ma anche in altri ambiti fondamentali quali la sanità e l'istruzione (realtà dove il livello di obsolescenza di strutture ospedaliere e scolastiche, anche di recente costruzione, procede a passo imprevedibilmente rapido). La partita investirà altresì lo stato delle telecomunicazioni e la difesa dell'ambiente in tutte le sue svariate declinazioni.Quella delle infrastrutture è dunque la partita più immediata ma non è tuttavia la priorità assoluta, poiché due altri minacciosi fattori bussano alla porta dell'Italia. Sono due fattori devastanti quali la letale crisi demografica che ci accomuna ad altri paesi europei e un declino culturale di massa che, invece, non ha eguali in Europa occidentale. Un declino con cui facciamo da battistrada a molti altri Paesi ma che da noi ha molto a che spartire con l'affermarsi del "lato oscuro della moltitudine" in corso. Davanti a questi scenari la politica italiana registra tutti i suoi drammatici limiti. Come si sa nel governo dei popoli "il fine giustifica i mezzi". L'affermazione del Machiavelli, però, è tanto citata quanto fraintesa. Infatti non significa - come si crede generalmente - che, in politica, ogni mezzo è buono, morale o immorale, pur di prevalere sugli altri. Al contrario: per Machiavelli significa che il fine, ovvero il risultato obiettivo dell'opera di un governo, si misura ("si giustifica") nella sua capacità di produrre effetti, ovvero di portare a fine, ovvero realizzare, un proprio disegno capace di incidere nella realtà. Tutto il resto - anche se i tweet diluviano e le sceneggiate sui social grandinano - "sono solo parole. E con le parole non andremo molto lontano". Lo diceva quel Guglielmo il Taciturno che sapeva come governare sia fare, non apparire. Al tempo stesso "il Taciturno" era anche consapevole - cosa che di questi tempi sembra mancare a chi fa opposizione in Italia - che "non occorre sperare per intraprendere, né riuscire per perseverare". Nella politica italiana attuale di leader "Taciturni", al governo o all'opposizione, non se ne vedono. I mezzi vengono anteposti ai fini e i fini, ormai, sono declassati a frasi scritte nel libro dei sogni. Siamo ad anni luce da un'altra Italia, quella dei nostri padri, che si dava fini, ovvero obiettivi, espliciti per tutti: infrastrutture, per esempio (Autosole: 1958). Scuola dell'obbligo (1963). Servizio sanitario nazionale (1978, legge 833: qualcuno ricorderà il quarantennale di questa fondamentale conquista di civiltà?). Ora invece si preferisce agire sui mezzi. Quali infrastrutture si vogliono non si sa bene (Alta velocità o no? Strada di gronda a Genova o no?) ma, in attesa dei "fini" da definire, si mettono le mani sui "mezzi": ovvero le poltrone, da assegnare ai propri seguaci. A livello nazionale, a proposito di infrastrutture, è già successo col cambiamento al vertice delle Ferrovie. Tra pochi giorni accadrà, sempre sui trasporti ferroviari, anche in Lombardia. A luglio, davanti allo sfascio nel trasporto pendolari in Lombardia, si era annunciato il clamoroso divorzio tra Trenitalia e Trenord, tra Roma e Milano. Ora, pare, sta arrivando il contrordine: niente divorzio. Trenitalia e Trenord, in Lombardia, vivranno "separati in casa". E i pendolari, come al solito, staranno sui binari. In attesa di un cambiamento che non arriva.