"SELFISTI" NELLE CATASTROFI UNA MODA CHE SI DIFFONDE
Nell'incendio sull'autostrada di Bologna, "uomini normali" hanno fatto "cose eccezionali", che noi non sappiamo se siamo in grado di fare: hanno cercato i feriti e gli ustionati per salvarli, spingendosi dentro l'area dove si respirava il fuoco, si vedevano gli zigomi degli altri annerirsi di colpo e s'immaginava che così gli altri vedessero annerirsi i nostri. Sì, questo è eroismo. Non importa se non è programmato. Nelle grandi tragedie il popolo italiano offre sempre episodi di sacrificio, abnegazione, aiuto, pagando il prezzo che l'aiuto costa. Ora quegli che stiamo chiamando "eroi" sono in ospedale, fasciati come mummie, per guarire dalle ustioni a cui il loro spirito di sacrificio li ha esposti.GLI EROI IN OSPEDALEMa nei casi come questo, nelle tragedie caratterizzate dalla grandezza (per il numero delle vittime, per la quantità della sofferenza, per i danni materiali o morali...) ci sono sempre, purtroppo, anche personaggi negativi, disamabili, esibizionisti, voyeuristi, che vogliono tutto vedere, tutto fotografare, mettere la propria faccia in primo piano su tutto: non portano nessun aiuto, non soffrono per la sofferenza che vedono spargersi intorno, non dico che godono ma sono semplicemente eccitati. E si fanno i selfie. Questa dei selfie nelle catastrofi è una nuova moda, che si diffonde sempre di più, e che rivela aspetti nuovi nell'uomo del nostro tempo. Gli eroi che correvano per portare aiuto ai feriti e agli ustionati dicono: "Vedevamo quelli dei selfie sporgersi per inquadrare meglio, cercare l'angolatura giusta, mettere la propria faccia sullo sfondo centrale del rogo, e scattare". I selfisti mostrano una buona comprensione della catastrofe che si sta sviluppando, prevedono lo scoppio dell'autocisterna quattro-cinque secondi prima che esploda, e si tengono pronti per scattare la foto memorabile. Questa pre-visione della tragedia indica che potevano essere molto utili negli aiuti, molto tempestivi.E invece no: loro dirottano la propria intelligenza dal servizio agli altri al servizio a se stessi. Che cosa vogliono, scattandosi quei selfie, in cui mettono la propria faccia in un mare di fiamme? Vogliono spartire la grandezza di quell'evento, entrare a farne parte.CHI GUARDA E BASTADomani potranno dire: "Che grande quel rogo sull'autostrada, io c'ero, proprio nel cuore dell'incendio, eccomi qui", e i figli fra dieci anni, e i nipoti fra trenta, guarderanno con ammirazione, sentendosi appartenenti a una stirpe benedetta dal destino. Anni fa la polizia cercava la cliente di un bar dov'era avvenuto un delitto, che sgattaiolava via senza aiutare e senza chiamare aiuto. Mi sembrerebbe giusto che i selfiesti di Bologna incontrassero la stessa punizione. Quando c'è uno che sta male, chi si ferma e lo aiuta è suo amico, chi lo fotografa e se ne va è suo nemico.-