la storia

La città disse addio ai filobus cinquant'anni fa, il 15 giugno del 1968. Forse, i nostri padri o i nostri nonni se lo ricordano. Gli otto veicoli a trazione elettrica che da sedici anni trasportavano passeggeri su e giù per il centro storico vennero da un giorno all'altro sostituiti dal servizio pubblico degli autobus. Di malumore per il cambiamento non ce ne fu: il filobus all'epoca veniva considerato antiquato. Nel raccontare le storie è sempre bello cominciare però dall'inizio, piuttosto che dalla fine. Quindi per questa, la storia dei filobus di Pavia, è probabilmente meglio fare un salto indietro nel tempo alla domenica del 3 febbraio 1952. Faceva freddo, l'inverno era stato nevoso. Una gran folla si era radunata per l'inaugurazione della nuova filovia. Le vetture erano state allineate davanti a palazzo Devoti, vicino a piazza Castello, e sulla sommità erano state decorate col tricolore e lo stemma della città, la croce bianca in campo rosso. Il vescovo Carlo Allorio le aveva benedette. Un tale, un certo Aristide Annovazzi, dialettofono e pavese doc, aveva composto per l'occasione una poesia che esordiva così: «Filovia! Filat via | ti pri strà dla mé Pavia | filat via maestusa | silensiusa me 'na spusa». C'era tanto entusiasmo tra la gente. D'altro canto prima esisteva solo la linea tranviaria, la quale collegava da est a ovest il rione di San Pietro in Verzolo con gli istituti scientifici universitari. E tale situazione aveva lasciato per decenni pressoché abbandonata una vasta zona di Pavia, che si stava sviluppando proprio nel dopoguerra. «Era stato questo fatto a spingere gli amministratori locali a garantire un servizio lungo l'asse longitudinale del centro», spiega Claudio Guastoni, storico di trasporti urbani e dipendente in pensione di Atm Milano, Asm e Line Pavia. «L'andamento della filovia era dunque da nord a sud - prosegue Guastoni - il capolinea si trovava in via Olevano, dopodiché il mezzo attraversava il quartiere Città Giardino, piazza Castello, Strada Nuova, il Ponte Coperto, via dei Mille e terminava la corsa in località Bivio Gravellone. La linea, lunga oltre quattro chilometri, incrociava la tranvia al Demetrio. Dal 1957, fu prolungata fino al Rione Scala, seguendo quella che oggi è la linea 1 degli autobus. I veicoli erano sei filobus del tipo Fiat 668 e due Alfa Romeo 900».Tutto andò lisciò per sedici anni: nessun imprevisto o incidente, soltanto, a volte, qualche difficoltà di funzionamento nella tensione elettrica. I pavesi si abituarono a prendere il filobus per muoversi, per fare quattro chiacchiere con gli amici, semplicemente per lasciare riposare i piedi. Finché questi trasporti divennero chiaramente obsoleti. «Le vetture necessitavano di articolati lavori di ammodernamento - chiarisce Claudio Guastoni - e lo stesso valeva per la linea aerea, il doppio filo che garantiva l'alimentazione. Inoltre, era subentrata la questione della non convenienza di tenere stipendiati sia gli autisti sia i bigliettai. Mentre infatti gli autobus erano stati dotati di macchinette per i biglietti, i filobus ne erano privi per legge, raddoppiando perciò i costi di avere due dipendenti a bordo. Si decise allora di sopprimere la filovia, senza rimpianti. Cosa ne è rimasto? Ai nostri giorni le prove che si possono vedere della sua esistenza sono i ganci dei fili elettrici, sotto la volta, all'ingresso del Ponte Coperto, sia dal lato di Strada Nuova sia di piazza Ghinaglia. Per il resto, ogni evidenza è stata cancellata».Gaia Curci