Le imprese aprono all'esecutivo

di Michele Di BrancowROMAUna ventina di applausi in mezz'ora di intervento, convinti e diffusi gesti di assenso in platea e la ressa delle signore in coda, impazienti per i selfie finali. Il potere, soprattutto quando è di fresca investitura, è una calamita e Luigi Di Maio sembra un polo di attrazione irresistibile in questa fase. Il vicepremier ha superato da trionfatore il primo confronto con le categorie: Confcommercio sembra voler accompagnare il nuovo governo nella luna di miele. E poi si vedrà. Complice il silenzio dell'altro socio di maggioranza (il ministro dell'Interno Matteo Salvini in prima fila ha ascoltato senza parlare lasciando per qualche ora i riflettori al collega) il giovane uomo che guida i pentastellati ha saputo catturare l'auditorium della Conciliazione a Roma. Una studiata captatio beneloventiae all'esordio del discorso («sono figlio di un piccolo imprenditore»), un'astuta parafrasi del mercante Legendre al ministro Colbert di Luigi XIV («la ricetta per far crescere le imprese è lasciarle in pace»), e una sfilza di promesse fiscali che devono essere suonate come musica nelle orecchie dei commercianti. Via lo spesometro, stop agli studi di settore, basta col fisco oppressivo che bolla gli esercenti come manigoldi fino all'apoteosi: «Siete tutti onesti fino a prova contraria!». E giù applausi molto più scroscianti rispetto al momento in cui Di Maio, istituzionale, ha garantito che Palazzo Chigi, a far decollare l'Iva non ci pensa affatto. Applausi arrivano anche quando è tuonata la rivendicazione: ora, finalmente, c'è un governo fatto da forze politiche elette. Insomma, zucchero sparso a piene mani.Con qualche spruzzata di amaro. Quando il ministro del Lavoro, ad esempio, ha ripetuto che è necessario introdurre un salario minimo per chi non ha una copertura sindacale le mani che hanno generosamente battuto per quasi tutto il tempo sono rimaste immobili e un po' perplesse. Il tema del reddito di cittadinanza non scalda affatto i commercianti. Come aveva fatto capire chiaramente Carlo Sangalli: «Riconosciamo l'utilità degli strumenti che mitigano la povertà assoluta, ma per noi la via maestra resta il reddito che viene dal lavoro» le fredde parole del presidente.Il quale, pur aprendo un vistoso credito al nuovo esecutivo, non ha mancato di mettere in risalto che la strada delle promesse economiche è costellata da coperture finanziarie al momento misteriose: «Il contratto di governo dovrà ora misurarsi con la tenuta dei conti pubblici: flessibilità di bilancio, contenimento della spesa improduttiva, recupero di evasione ed elusione sono la priorità» ha avvertito Sangalli. Che ha messo sul tavolo il contratto che hanno in mente le imprese del territorio. Quattro punti: lavoro, tasse, infrastrutture e innovazione. ©RIPRODUZIONE RISERVATA