La rabbia dei braccianti orfani di Sacko: «Basta»
di Gaetano MazzuccawSAN FERDINANDOAl ministro dell'Interno Matteo Salvini diciamo che la pacchia per noi non è mai iniziata». Poi implorano il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio: «Venga a vedere la realtà dei braccianti nella piana di Gioia Tauro». Ma se a San Ferdinando tra le lamiere della baraccopoli si urla la rabbia, Roma risponde con un silenzio che fa ancora più rumore. Dal governo «gialloverde» non arriva neanche una parola su Sacko Soumayla, il 29enne maliano ucciso la sera del 2 giugno con un colpo di fucile alla testa. La temuta rivolta alla fine non c'è stata e tocca al prefetto di Reggio Calabria Michele di Bari metterci la faccia e ringraziare «quanti hanno lavorato e i migranti per aver manifestato in modo pacifico». Quando si fa sera si tira un sospiro di sollievo. Chi si è spezzato la schiena nei campi arriva alla baraccopoli proprio quando i manifestanti rientrano. I primi hanno in tasca qualche euro in più, gli altri la promessa di «giustizia e verità» per Sacko Soumayla. Nessuno potrà lavarsi, non c'è acqua per i quasi seicento migranti che vivono in quella distesa di baracche fatte con quelle lastre di alluminio che sono costate la vita a Sacko. I più fortunati hanno invece trovato posto nella tendopoli realizzata dalla Prefettura e inaugurata meno di un anno fa. Ha 550 letti, ma non bastano per tutti. Siamo nel cuore di quello che dovrebbe essere il futuro della Calabria, davanti c'è il porto di Gioia Tauro, dietro la nuova autostrada del Mediterraneo, tutt'attorno scheletri di capannoni. Proprio qui dovrebbe sorgere la prima Zes del Sud Italia, tasse zero e contributi per chi viene a investire. Per ora è solo il simbolo dell'abbandono. «Questa terra è stata saccheggiata dai politici non dai migranti». A urlare nel microfono è il sindacalista dell'Usb Abobakar Soumaoro. Guida il corteo e accanto a lui c'è anche Drame Madiheri, 39 anni, sopravvissuto al tiro al bersaglio di San Calogero. Racconta delle battaglie portate avanti con Sacko per portare i diritti tra i campi della Piana, dell'ultima manifestazione insieme l'1 maggio a Reggio Calabria e infine di quell'uomo che dopo aver sparato continuava a braccarli tra le sterpaglie per «finire il lavoro». Su cosa sia accaduto la sera del 2 giugno nella fabbrica dei veleni abbandonata non hanno dubbi: «Sacko è stato assassinato, non era un ladro, era un lavoratore e un sindacalista». Era lui a raccogliere le storie di sfruttamento. Come quelle di Mohamed arrivato a Gioia Tauro dal Ghana. Sabato aveva raccontato a Sacko che dopo una giornata a raccogliere fragole il «padrone» gli aveva dato solo 3 euro. A chiedere giustizia per Sacko c'è anche Hibraim, quasi una memoria storica. Vive nella baraccopoli da oltre sette anni e non ha dubbi: «La situazione è peggio di prima, la paga si è abbassata e acqua e trasporto sono a carico dei lavoratori». Un inferno. È incredulo anche Kamara, originario della Guinea, ormai da anni in Italia: «Sto a Venezia sono sceso solo per pochi mesi, ma così non si può vivere, questa non è Italia». «Schiavi mai», «Toccano uno toccano tutti», questi gli slogan scanditi durante la marcia verso il paese. All'inizio della manifestazione non sono mancati momenti di tensione, quando una pattuglia della polizia si è trovata nel mezzo del corteo, finendo colpita con pugni sul cofano. La professionalità delle forze dell'ordine ha impedito che gli animi si accendessero. Arrivati in Comune una delegazione è stata ricevuta dal sindaco Andrea Tripodi, e dal vicario della Questura di Reggio Calabria Gaetano Cravana. Ai rappresentati istituzionali hanno chiesto «case e non più tende». Vorrebbero anche che venisse trasmessa a Roma la loro richiesta di una visita del ministro Di Maio tra i braccianti di Gioia Tauro. In attesa di una risposta, il caso del ragazzo maliano diventa anche terreno per lo scontro politico. L'ex segretario Pd Matteo Renzi su Twitter commenta l'uccisione a fucilate del sindacalista e rinvia al post Facebook della senatrice Caterina Biti: «Sacko Soumayla difendeva i lavoratori sfruttati nei campi. Sacko Soumayla aveva un altro colore della pelle. Sacko Soumayla è stato ucciso per questo e c'è un orribile silenzio che va rotto». Intanto la caccia all'assassino prosegue. I carabinieri della Compagnia di Tropea sono alla ricerca della Fiat Panda bianca, vecchio modello, dalla quale - ha raccontato uno dei due maliani feriti - è sceso un uomo bianco che ha sparato quattro colpi di fucile a pallettoni. Uno dei quali è stato fatale per Soumaila. ©RIPRODUZIONE RISERVATA