Senza Titolo
di STEFANO ADAMIE così alla fine la morte, che lui temeva in modo accecante, è venuta a prendersi anche Philip Roth. A 85 anni. La scomparsa, la sparizione, il dissolversi: Roth, creatore di parole e mondi, ne era così ossessionato da dedicargli molte pagine dei suoi ultimi libri. In fondo è stato fortunato: non se ne è andato dopo lunghe e disturbanti malattie, come alcuni suoi personaggi. Un infarto, invece. Un meritato riguardo per un grande scrittore. D'altronde questo è il destino di tutta la carne, the way of all flesh: e Roth negli ultimi tempi rileggeva molto Samuel Butler. Se ne è andato contrariato, per certi versi. Intorno al 2010, gli avevano fatto cortesemente sapere, da Stoccolma, gli accademici del Nobel, che lui non avrebbe mai, e ripeterono «mai», avuto il gran premio per la letteratura. Roth ci puntava, per concludere in bellezza una carriera notevole. Gli chiusero la porta in faccia. «Perché - spiegò un accademico svedese - l'America resta una provincia letteraria». Roth se la prese. A ragione. Dichiarò che avrebbe attaccato la penna al chiodo. In realtà, gli svedesi non mandavano giù un fatto preciso, nel lavoro di Roth. La centralità del sesso. Così dettagliata. Maniacale, a volte. E ora, la chiusura - temporanea o meno, non si sa - del Nobel per una serie di scoppiettanti scandali sessuali tra gli accademici sembra venir fuori dalle pagine di Philip Roth. È una sua comica vendetta.Eppure l'abilità di Roth nel tessere storie dai mille sensi, divertentissime, era incontestabile. Fin dal suo primo romanzo importante, "Letting go" (Lasciar andare), scritto nel 1962, quando non aveva ancora trent'anni. Già in quel libro Roth dimostrava i suoi interessi narrativi, in gran parte autobiografici: il suo ragionare, con grande ironia, sull'America ebraica e protestante, in una società che nulla ha a che fare con l'Europa, che non ha passato e crede solo nel domani. Negli anni Sessanta Roth osservava tutto questo, senza partecipare direttamente ai movimenti che gli europei definivano «la nuova America». In fondo era un ragazzo ebreo nato in un sobborgo povero, figlio di lavoratori. Doveva farsi una posizione.Proprio sul lettino dell'analista nasceva dunque il grande romanzo che gli dette la fama, nel 1969: "Portnoy's complaint" (Il lamento di Portnoy). Era davvero il Grande Romanzo Americano che tutti vogliono scrivere. Alexander Portnoy è un manager di successo di origine ebraica che affoga il suo psicanalista in monologhi ossessivi sulle sue manie, sulla brama continua di donne, di sesso, di autoerotismo. Apparentemente è una colonna della società, un uomo da invidiare. In realtà, è una turbina mai in pace alla continua ricerca di un modo per stare fermo. Per centrarsi. Il libro era una risposta alle ansie dei giovani degli anni Sessanta, che cercavano una nuova pelle e un nuovo spirito. Ma a Roth fece molto bene e molto male.La comunità ebraica lo bandisce. E non solo quella. Portnoy conduce Roth a tentare di scrivere romanzi che si allarghino dalla storia di un soggetto a quella di un'epoca. Nel 1971 dedica un romanzo a Richard Nixon: "Our Gang" (La nostra gang). Ma l'America, da questo punto di vista, offre eventi incredibili. Basta pensare al maccartismo, la versione Usa di certi processi staliniani, in cui la paranoia americana dissezionò e asportò una grande fetta della società - Chaplin tra i primi - colpevole di «comunismo» e «attività antiamericane». Con questa storia Roth arrivò, nel 1973, a "The great american novel" (Il grande romanzo americano). Un libro irresistibile, ambientato negli anni Quaranta. L'Europa rischia la distruzione, ma gli Usa hanno in mente tutt'altro. In quelle pagine infatti il baseball, il grande gioco nazionale, deve essere assolutamente depurato da pericolose scorie comuniste. E diventare fanfara del patriottismo.Insieme a questo percorso lungo il romanzo storico-sociale, Roth ne apre altri legati a due alter ego: Nathan Zuckerman e David Kepesh. Gioca su molti tavoli. Confonde le acque. "The Professor of Desire" (Il professore di desiderio, 1977) è uno dei più bei libri del ciclo-Kepesh. Dedicato al debutto erotico del suo protagonista. "The ghost writer" (Lo scrittore fantasma, 1979) è invece il primo libro del ciclo-Zuckerman. Ma la passione narrativa di Roth è quella storica, sociale. «Devono passare almeno vent'anni prima che scriva di un fatto, di un'epoca», dichiarò. Nel 1998 licenzia un vero capolavoro, "American Pastoral" (Pastorale americana). Ancora un romanzo-Zuckerman. Ne è stato fatto un film di e con Ewan McGregor. Nel 2004, infine, esce "The plot against America" (Il complotto contro l'America). Ora ne stanno facendo una serie tv, negli Usa. Roth ha continuato a scrivere, come in una battaglia. Raccontando l'America che nasconde tutto sotto il tappeto, il poliziotto del mondo, il grande Vendicatore universale. L'America che ha sempre ragione. Molti sarebbero ancora i suoi libri da ricordare, oltre 30. È stato, fino all'ultimo, persona di grande modestia. In un'intervista di pochi anni fa dedicata al grande pubblico, il giornalista gli chiede qual è, in sostanza, l'argomento centrale di tutta la sua opera narrativa. Roth risponde: «La fica». Se la sta di sicuro ridendo, ovunque sia adesso.