Terre, oggi prima udienza

di Anna MangiarottiwBRONII carichi di uva esistevano solo sulla carta, perché i registri indicavano che i vigneti rendevano più della reale capacità di produzione. E ancora, vini di qualità scadente venivano spacciati per prodotti pregiati o venivano in realtà tagliati con uve di scarsa qualità, o con mosti concentrati oltre i parametri di legge. L'inchiesta della procura di Pavia sul vino in Oltrepo, partita nel 2014, si era conclusa con 297 avvisi di garanzia, mettendo nel mirino chi ha gestito per anni la cantina di Terre d'Oltrepo di Broni-Casteggio e decine di produttori del territorio e soci conferitori, che sarebbero stati complici di un sistema ritenuto truffaldino. Secondo l'indagine condotta dalla guardia di Finanza e dalla Guardia Forestale e coordinata dal pm Paolo Mazza, il meccanismo avrebbe portato a una frode commerciale da 18,5 milioni di euro complessivi nell'arco di sette anni, tra il 2008 e il 2014. Si apre oggi (18 maggio) in tribunale a Pavia l'udienza preliminare per valutare 51 richieste di rinvio a giudizio chieste dalla procura: 50 privati e la Cantina Terre di Oltrepo, nelle persone dei suoi legali rappresentanti a partire dal 2008. Altri quaranta indagati hanno già presentato richiesta di patteggiamento o affidamento per lavori socialmente utili. Ulteriori richieste di riti o misure alternative potrebbero arrivare in udienza. Le accuse mosse a vario titolo vanno dall'associazione per delinquere finalizzata alla truffa, a falso, vendita di prodotti con marchi ingannevoli e dichiarazione fraudolenta mediante fatture o altri documenti. La cupola del vino. Ad attuare la maxi frode, sempre secondo gli esiti dell'inchiesta, sarebbe stata una "cupola" con al vertice l'ex direttore generale di Terre d'Oltrepo Livio Cagnoni, indagato per associazione a delinquere insieme all'impiegata amministrativa Carla Germani, ad altri otto componenti del consiglio di amministrazione (il presidente Pier Luigi Casella, il vice Graziano Faravelli, i consiglieri Paolo Bassani, Sergio Chiesa, Michele Campagnoli, Fabio Marchesi, Marco Orlandi, Mario Pastore), a due ex membri del cda (l'ex presidente Antonio Mangiarotti e Paolo Della Torre), cinque soci (Filippo Nevelli, Alessio Cagnoni, Riccardo Valsazina, Marco Figini, Gabriele Marchesi), il mediatore di prodotti vinicoli Danilo Dacarro e Pietro Meregalli, ex funzionario Repressione frodi.I fondi neri. Cagnoni viene descritto negli atti dell'inchiesta come il «capo indiscusso dell'associazione» che dava ordini «sia ai soci conferitori sia al personale tecnico e amministrativo della cantina». Germani era il suo braccio destro e curava la contabilità gestendo una cassa occulta di denaro, creata con fondi neri. Ne avrebbe attinto, sempre secondo le accuse Antonio Mangiarotti, ex presidente della cantina, ma tutti i componenti del Cda conoscevano il meccanismo che coinvolgeva 250 produttori e soci. Gli agenti della Forestale e i militari della Finanza hanno controllato tutti i terreni degli indagati e indicato le incongruenze della produzione: terreni che potevano produrre al massimo 180 quintali ettaro di Pinot grigio avrebbero reso fino a 15 quintali in più ettaro.Pinot grigio e fatture false. Lo stesso Cagnoni aveva tirato in ballo i produttori, interrogato dal magistrato, sottolineando che «i disciplinari consentono di produrre al massimo 200 quintali per ettaro di Pinot grigio Igp a un prezzo di mercato pari a 65 euro al quintale. L'accordo con i soci era far apparire la consegna al massimo consentito di Pinot grigio, ma invece non portavano più di 120 o 130 quintali per ettaro di quella tipologia di uve. La parte mancante per raggiungere il limite massimo era colmata con uve di diversa qualità, con una quotazione di mercato inferiore, attorno ai 40 euro, come Riesling e Chardonnay. Uve fatturate e pagate al prezzo stabilito per il Pinot grigio, 65 euro. La differenza di 25 euro secondo quanto ha dichiarato lo stesso Cagnoni veniva ripartita così: 10 euro andavano all'agricoltore e 15 euro venivano restituiti alla cantina dal socio. Così ne derivava secondo la procura per i soci un guadagno dalla frode. Se il socio non era in grado per limiti produttivi di sopperire ai quantitativi mancanti con altre tipologie di uve, si predisponeva una documentazione fittizia. Falsificazioni di fatture che sarebbero state note a buona parte del consiglio di amministrazione. ©RIPRODUZIONE RISERVATA