«Un Giro da '68 come quando staccai Merckx»

di Andrea GabbiStava finendo l'estate del 1968. Caldo torrido, una nazione scossa dai movimenti giovanili e dalle crisi politiche, la corsa statunitense verso lo spazio. Nel mezzo lui, Vittorio Adorni, faccia da bravo ragazzo e gambe snelle come uno stambecco. Gambe che diventarono cingoli di carrarmato all'appuntamento mondiale sul circuito di Imola. Fuga da lontano, sullo sfondo i grandi duellanti Felie Gimondi e Eddy Merckx, lui che a 90 chilometri dal traguardo dell'autodromo stacca tutti e vola verso la maglia iridata. Un sogno dal quale non si è ancora svegliato nonostante siano passati 50 anni.Adorni, il Giro d'Italia tornerà a Imola per ricordare quell'impresa leggendaria. Emozionato?«Sì, non potrebbe essere altrimenti. Fu una giornata particolare, fortunata per certi versi. Erano dieci anni che l'Italia non vinceva (nel 1958 trionfò Ercole Baldini, ndr) e per giunta io correvo in casa visto che dalla mia Parma a Imola ci sono pochi chilometri. Tutti marcavano Gimondi e Merckx, io andai via e con il passare del tempo mi accorsi del vantaggio mentre gli altri probabilmente pensavano che sarei scoppiato col passare del tempo. Andai a tutta, fu stupendo. Il fatto che Imola sia così vicina per me è un vantaggio: posso portarci i nipotini e posso dire loro "vedete, qui è dove il nonno ha vinto il Mondiale"».Restando in tema Mondiale quest'anno ci sarà il percorso durissimo di Innsbruk.«Ho visto il finale, davvero tosto. Bisognerà capire come i big arriveranno a quell'appuntamento. La condizione fa la differenza quando ci sono salite del genere».Torniamo al Giro d'Italia, corsa che lei vinse nel 1965. Come giudica il tracciato dell'edizione 2018?«Molto bello, variegato. Chiaramente la partenza da Gerusalemme rende il tutto più affascinante. Le tappe in Israele non sono selettive, però la logistica può dare delle noie ai corridori visti gli spostamenti. Nel ciclismo globalizzato di oggi avere una partenza del genere è sicuramente positivo per l'Italia e per la corsa rosa in particolare».Otto arrivi in salita. C'è da aspettarsi un testa a testa tra scalatori?«Difficile dirlo. Lo spettacolo lo garantiscono i corridori, se una corsa diventa bella è perché chi pedala ha voglia di rischiare. Altrimenti c'è poco da vedere anche nelle tappe più dure e decisive».Analizziamo queste tappe decisive. L'arrivo in cima sullo Zoncolan fa paura a tutti.«Ma non farà saltare la classifica generale. Con pendenze del genere è difficile che i big perdano tantissimi minuti. Io vedo molto più decisiva la tappa con arrivo a Cervinia. È una salita bella e allo stesso tempo molto dura, si può fare selezione già dalle prime rampe».Ma prima c'è la cronometro in Trentino. Froome potrebbe costruire lì il suo trionfo.«Sono 34 chilometri perfetti per uno come lui. Certo deve arrivarci in palla, però quella tappa può fare più distacchi dello Zoncolan».L'Italia della bicicletta spera in Fabio Aru. Come lo vede?«È un ragazzo con delle qualità importanti. Sta maturando ma deve farlo in fretta: è nell'età giusta per conquistare qualcosa di importante dopo gli esordi positivi. Per diventare un grande corridore tra i professionisti servono a mio avviso due, tre anni di gavetta. Aru li ha fatti e ha pure vinto. Adesso è arrivato il momento di fare un salto di qualità».Al via non ci sarà il nostro talento numero uno: Vincenzo Nibali. «Peccato, però punta al Tour e poi al Mondiale. Ha impostato un programma stagionale diverso, ci può stare».C'è un giovane italiano che le piace particolarmente?«Se devo spendere un nome dico Gianni Moscon. È da pochi anni con i grandi ma sta facendo vedere grandi cose. È sempre con i migliori nelle classiche, cosa non semplice».Come sta il ciclismo italiano?«Direi bene, ci sono buone prospettive. Secondo me abbiamo fatto un bel passo avanti nelle corsa da un giorno, ma il pubblico vuole il campione da corsa a tappe. Parlo degli appassionati che si emozionano per le imprese durante le gare di più giorni. I giovani ci sono, speriamo di trovare presto un nuovo Nibali per il futuro prossimo».Avremo al via tre squadre Professional: Bardiani Csf, Wilier Selle Italia e Androni Sidermec. Sono loro la palestra per i campioni del futuro?«La riforma di qualche anno fa che ha portato al World Tour ha cambiato profondamente il ciclismo. C'è stato un salto di qualità, è aumentata la competitività e parallelamente il ciclismo si è uniformato ad altri grandi sport sotto il profilo economico. Crescere in una squadra Professional al giorno d'oggi è fondamentale».©RIPRODUZIONE RISERVATA