Allevare suini, «una bomba ecologica»

di Roberto GiovanniniwROMAIl prosciutto è una squisitezza. Peccato che, come rivela un rapporto della Ong ambientalista "Terra!", la filiera nazionale del prosciutto sia del tutto insostenibile dal punto di vista ambientale. Anzi: va considerata una vera e propria bomba ecologica. Basti pensare che i 12 milioni di maiali macellati ogni anno nel nostro paese - la gran parte impiegati per produrre Parma e San Daniele, i cui disciplinari prevedono che gli animali siano nati, allevati e macellati in Italia - producono annualmente una quantità spaventosa di escrementi: ben 11,5 milioni di tonnellate l'anno, quasi tutte smaltite in modo inquinante, ovvero sparse sui campi mettendo in pericolo le falde acquifere. È come se ci fosse una popolazione aggiuntiva di 25,5 milioni di persone non collegate alla rete fognaria.Ma questa è solo una delle inquietanti rivelazioni del rapporto «Prosciutto Nudo», che mette nel mirino le conseguenze dell'allevamento industriale intensivo, una tecnica inventata negli Usa negli anni '70 ormai dilagata nel mondo. «Una tecnica - spiega il giornalista e scrittore Stefano Liberti, autore del rapporto - che permette grande efficienza, grandi produzioni a basso prezzo per i consumatori e grandi profitti. Ma che scarica all'esterno le conseguenze negative per la salute del territorio, delle persone e degli animali. Un modello insostenibile». L'88% dei maiali presenti nel nostro Paese (come detto, 12 milioni l'anno, oppure 8,6 milioni considerando che la «speranza di vita» di un suino da noi è di soli nove mesi) è rinchiuso in pochi (circa il 10%) allevamenti di grandi dimensioni, con più di 500 capi. Lager dove i suini trascorrono la loro breve vita senza mai uscire all'aria aperta, spesso in gabbie singole, senza possibilità di movimento, imbottiti di antibiotici per evitare malattie e ingrassare presto.La stragrande maggioranza degli allevamenti italiani è concentrata in un'area ristretta: pochi chilometri quadrati tra Mantova, Brescia, Reggio Emilia e Modena. Quasi la metà dei maiali si trova in Lombardia, con ben 3.937.201 capi. Il record è in provincia di Brescia, con 2.180 allevamenti e 1.289.614 suini. Considerando che un suino in un anno «produce» 15 volte il suo peso in deiezioni, questo liquame orrendo pieno di azoto, fosforo e potassio invece di diventare utile biogas va sui campi e poi nelle falde acquifere. Insieme alle feci, vanno anche i molti farmaci somministrati agli animali. Il 68% degli antibiotici consumati in Italia è somministrato negli allevamenti, tre volte più che in Francia, quasi come negli Usa e in Cina. Medicinali che finiscono nelle falde acquifere, a peggiorare il fenomeno sempre più allarmante dell'antibiotico resistenza, che dà vita a ceppi di batteri sempre più difficili da vincere.Infine, i costi ambientali in senso esteso: per far funzionare una filiera così divoratrice di risorse, occorrono 3,5 milioni di tonnellate di mangimi (in prevalenza importati, in prevalenza OGM), e tantissima acqua. Risultato: per produrre un chilo di prosciutto servono 4 chili di cereali, 6.000 litri d'acqua, 1,4 mg di antibiotici. Con il sottoprodotto di 11 chili di feci, e 12 chili di emissioni di CO2.Che fare? "Terra!" propone di ridurre drasticamente i consumi di carne. «Intanto - spiega il direttore Fabio Ciconte - bisogna dare ai consumatori un'etichetta trasparente, che riveli la provenienza da allevamento intensivo e gli impatti associati. Contribuendo così a rompere quella distanza cognitiva che si è venuta a creare tra la carne che consumiamo e l'animale da cui proviene». E poi, tornare agli allevamenti tradizionali all'aperto, oggi per fortuna in ripresa, come quelli della Cinta Senese o della Mora Romagnola. Ma noi consumatori capiremo che di prosciutto sostenibile ce ne sarà poco e costerà caro?©RIPRODUZIONE RISERVATA