Guerra dei dazi, ecco perchè l'Italia ha tutto da perdere
di ROBERTA CARLINIDistratti dall'apertura del nostro nuovo parlamento, potremmo non esserci accorti del fatto che nel frattempo stavano chiudendo il commercio mondiale. I leader europei a Bruxelles si sono riuniti al capezzale della globalizzazione, dopo l'ultima mossa di Trump che ha introdotto tariffe doganali per 60 miliardi di dollari su un gran numero di prodotti cinesi. I dazi su abbigliamento, scarpe ed elettronica di consumo si sono andati ad aggiungere a quelli, già varati, su acciaio e alluminio, e Pechino minaccia di rispondere a tono. Per ora, l'Unione europea è esclusa dalla guerra commerciale diretta; ma ne subirà le conseguenze indirette, sia perché l'esclusione decisa da Trump è solo temporanea, sia perché ne avrà gli inevitabili contraccolpi. E i leader europei si trovano davanti al dilemma: reagire come un'Unione, o lasciare che ciascuno tratti per suo conto? E come difendere la bandiera del libero commercio, visto che proprio gli effetti sociali della globalizzazione hanno seminato il malcontento nell'Unione, facendo crescere ovunque il fronte dei partiti anti-europei e anti-global? Quel che succede in Italia può sembrare un po' a margine rispetto a questi grandi giochi e grandi temi. Ma non lo è. In primo luogo, perché sono stati premiati i due partiti che hanno impugnato le stesse bandiere che Trump sta facendo sventolare. Lo slogan di Salvini - "prima gli italiani" - richiama alla lettera l'America first di Trump. E le posizioni del M5S sulla concorrenza, l'apertura dei commerci, le liberalizzazioni doganali vanno nella stessa direzione. C'è una rappresentazione falsata della realtà: con il suo attivo commerciale di quasi 50 miliardi l'Italia è un Paese esportatore netto, e proprio dalla domanda estera è arrivato un soffio di ripresa economica. Si può pensare di alzare dazi contro le importazioni, senza subirne i contraccolpi sull'export? Per fare un esempio, gli Stati Uniti sono al terzo posto nella lista dei Paesi nei quali vendiamo. La nuova maggioranza dovrà spiegare come pensa di far guadagnare, dalla chiusura o regolamentazione delle frontiere, un Paese che vive di esportazioni. Ma dovrebbe anche aggiornare le sue conoscenze in proposito. Siamo abituati a guardare ai prodotti finali, ma non spiegano tutto. Come ha scritto sul New York Times l'economista Paul Krugman, negli iPhone che si fanno in Cina ci sono componenti che vengono da tutto il mondo. Così come nelle automobili che si fanno negli Stati Uniti c'è l'acciaio e l'alluminio che viene da fuori. Sono le catene del valore che spiegano le direzioni dei commerci: colpendo i prodotti finali, si rischia di colpire anche tutti quelli intermedi e le materie prime, con effetti boomerang non previsti sui propri alleati o su se stessi. C'è poi un secondo terreno sul quale l'eventuale nuova maggioranza italiana si dovrà misurare, ed è quello europeo. La Ue vorrebbe muoversi come una potenza e non come uno spezzatino di Stati. Ma non è detto che riesca a farlo, essendo al suo minimo di forza e credibilità politica. Il nuovo asse franco-tedesco potrebbe però avvantaggiarsi di una posizione più defilata dell'Italia, e trattare quel che conviene in quel blocco economico. Cosa che potrebbe non piacere affatto all'impresa media e piccola del Nord. La globalizzazione senza regole ha fallito, almeno nella nostra parte del mondo. Ma invertire la rotta senza un'idea chiara di dove si va non è affatto facile. ©RIPRODUZIONE RISERVATA