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di MARIA GRAZIA PICCALUGALa ruggine lo sta divorando. Del piccolo tram-vai che per 30 anni, dal 1913, ha accompagnato i visitatori che scendevano dal treno alla stazione di Certosa fino al piazzale del Monumento (unico mezzo di collegamento), rimane una carcassa vuota, inchiodata a un binario morto. A malapena si intravede la scritta Gra-Car nell'insegna sul tetto. I finestrini, senza più i vetri, sono occhi spenti. Difficile, oggi, immaginarli con pregiate tende di seta, mentre un cavallo bianco traina il vagone a dodici posti in mezzo ai campi, lasciando pregustare ai visitatori non solo il candore della facciata della Certosa ma anche un corroborante bicchierino del celebre liquore a base di erbe aromatiche, amato da teste coronate e da intenditori Oltreoceano. La ricetta segreta. Un elisir di 138 erbe di montagna, miscelato secondo una ricetta segreta passata nell'Ottocento dalle mani dei monaci certosini di Grenoble a quelle di Ignazio Giraud, garibaldino genovese che, avendo combattuto valorosamente nelle guerre del Risorgimento, ebbe in concessione dal Demanio della Foresteria della Certosa gli antichi locali della farmacia per produrre il "Liquore Speciale" che vantava proprietà digestive. Verde, forte e secco (43 gradi), giallo, più dolce (40 gradi). I francesi avevano ripreso «l'elisir di lunga vita» da un manoscritto del XVI rinvenuto a Parigi, nel monastero all'interno dei Giardini del Lussemburgo. L'arrivo di Ignazio Giraud. E' in un fazzoletto di case e terre all'ombra del Monumento che comincia la storia densa di fascino, ma non a lieto fine, del Gra Car. «Ha inizio nel 1892 quando Giraud, segretario del principe Borgese e console dell'Uruguay per meriti di guerra, arriva a Certosa» ricorda Grazia Nidasio, autrice di fumetti e disegnatrice. Abita nell'antico mulino a pochi passi dal piazzale, acquistato tre generazioni prima dalla sua famiglia. E la storia dei Nidasio si intreccia inevitabilmente con quella dei vicini, i Giraud e poi con i loro discendenti. «Vivevano nella foresteria, un luogo magico, impregnato dal profumo di erbe aromatiche distillate - racconta Grazia Nidasio - Ignazio produceva il liquore con alcuni fidati aiutanti. L'aveva chiamato Chartreuse, inizialmente. Poi i monaci francesi intentarono una causa. Così decise di cambiargli il nome in Gra Car con il simbolo dell'abbreviazione sopra, acronimo di Gratiarum Chartusia, Certosa delle Grazie». L'attività commerciale prese subito piede e le casse di liquore cominciarono a essere spedite all'estero, da New York all'Argentina, conservando la sede unica nella "Antica spezieria" della Certosa. Dimma e il bell'Enrico. Dal secondo matrimonio Giraud ebbe una figlia, Dimma. «Una gran dama, molto elegante ma anche molto schiva - ricorda Nidasio -. Cresciuta con una istitutrice, parlava tre o quattro lingue ma trascorreva pomeriggi in solitudine, unica concessione era il pianoforte, che suonava rigorosamente solo dalle 15 alle 16». Un bel giorno il padre assunse come suo segretario Enrico Maddalena, il più giovane di una dinastia di "picasass" del Lago Maggiore (il padre e i fratelli erano proprietari di cave e avevano lastricato piazza del Duomo a Milano). Scoccò la scintilla. Enrico e Dimma si sposarono ed ebbero 4 figli: Renato, tra i primi piloti dell' aviazione, Laura e Grazia, pittrici, e Alma che, morta centenaria due anni fa, aveva coraggiosamente portato avanti l'azienda di famiglia. Il piccolo tram e Parigi. Uno dei compiti di Enrico fu portare il nome del Gra Car all'esposizione universale del 1906, a Parigi. Allestì uno dei primi stand pubblicitari insieme a Enrico Vigoni: un padiglione in stile liberty, per il quale furono commissionati anche due poderosi armadi (uno è ancora oggi in pasticceria Vigoni), che offriva ai visitatori il "pacchetto" liquore e torta. Di quegli anni è anche l'accordo di distribuzione con la Campari & C. e gli ordini del liquore da parte dellla Casa Reale. Con la fine del proibizionismo il liquore rinforzò le esportazioni oltreoceano, dove spedì anche la sua linea di profumi. A Enrico, che fu anche podestà di Certosa, si deve inoltre l'invenzione del piccolo tram-vai, unico mezzo di trasporto fino al monumento per chi scendeva dal treno in stazione. Dapprima trainato da cavalli bianchi, poi da un motore elettrico. Da qualche anno giace abbandonato nel triangolo di terra, sul lato sinistro del piazzale, acquistato successivamente dai Maddalena con non pochi sacrifici. La cacciata e la rinascita a cascina Spelta. Un liquore di successo il Gra Car che non poteva non suscitare invidie. I frati della Certosa non ci misero molto a sfrattare i Maddalena dalla foresteria del Monastero dove avevano vissuto e lavorato per 100 anni. Alma Maddalena, che non si era mai sposata e aveva appreso dal padre il rito della preparazione del liquore, si trasferì nel 1977, con l'aiuto del fratello Renato, nella settecentesca cascina Spelta, lungo il viale che porta al Monumento. Trasformarono quella cascina diroccata in un altro luogo di fascino. Nacquero due nuovi aromi, Bitter e Xaver (ottenuto dal caffè). Fino agli anni Duemila quando l'anziana Alma, vestale del tesoro di famiglia, fu sfrattata. Il nuovo sfratto. Un colpo al cuore per Alma Maddalena. E' il 2001 quando, curva per l'età e i dispiaceri, deve radunare di nuovo tutto quel tesoro, imballare le bottiglie, le collezioni di ceramiche, i vasi, i quadri e i bellissimi mobili per custodirli in un deposito. Le promesse dell'Amministrazione provinciale di recuperare il materiale e farne un museo sono rimaste lettera morta. Dopo un ultimo tentativo di rimanere in piedi, in una botteguccia accanto (di nuovo, amici come all'inizio) a casa Nidasio, ogni progetto è naufragato. Il patrimonio in parte disperso. Le medaglie, le onorificenze, la ricetta e il marchio, le bottiglie pregiate e l'attività che per oltre un secolo aveva reso celebre Certosa, tutto dimenticato. Con la scomparsa di Alma, due anni fa, non restano che i ricordi. E una storia gloriosa affidata ai registri che la vecchia signora aveva gelosamente conservato con le dediche di sovrani, artisti, scrittori. Persino uno zar.