al collegio fraccaro di pavia

La provincia di Pavia e la Grande Guerra: 8.936 caduti per mezzo milione di abitanti. Soldati semplici, caporali, sottufficiali, tutti tra i 18 e i 28 anni: il 7% della popolazione maschile che perse la vita al fronte; migliaia di giovani uomini sottratti alla comunità locale e al suo rilancio post-bellico.«Il bilancio dei costi umani è tuttora approssimato per difetto», ha spiegato la professoressa di Storia contemporanea Elisa Signori, nel corso della conferenza sulla Prima guerra mondiale, che si è tenuta giovedì sera scorso al collegio Fraccaro. «Al conto delle vittime - ha chiarito Signori - mancano infatti le persone rimaste invalide e mutilate, i decessi dovuti all'influenza spagnola e all'inedia nelle prigioni. Soprattutto le morti dei prigionieri vennero tenute nascoste a lungo, perché implicavano una vergogna per l'esercito italiano: la diserzione». Signori ha raccontato la situazione politica e sociale che vigeva a Pavia appena prima e durante il conflitto. Ha accennato alla tradizione garibaldina, repubblicana e antiaustriaca della città, tradizione che nel 1914 fece sì che la corrente interventista, nonostante fosse una minoranza, avesse un grande potere di comunicazione, diventando forse più influente della maggioranza neutralista.«Su tremila abitanti pavesi - ha aggiunto la professoressa - 1.700 studenti universitari manifestavano contro la Triplice alleanza, arrivando a formare un battaglione universitario pavese, appoggiato dalla solidarietà intergenerazionale dei docenti. I giovani organizzavano conferenze pubbliche di propaganda e andavano al poligono di tiro per esercitarsi a sparare. Il movimento interventista credeva, insomma, che solo col fuoco e il sangue si sarebbe compiuto il Risorgimento e si sarebbero riportate le terre irredente, come Trento e Trieste, entro i confini nazionali. Tra questi anche Carlo Ridella, allora direttore della Provincia pavese» che poi morì sul fronte. Il 24 maggio 1915 l'Italia entrò in guerra. Il neutralismo venne respinto nel silenzio e si varò una legge contro il disfattismo. A Pavia sorsero comitati di resistenza civile e si intrapresero attività di sostegno all'esercito: preparazioni di pacchi con indumenti e prodotti di conforto da mandare al fronte. Numerose donne si arruolarono nella Croce Rossa. La maggiore metamorfosi della quotidianità fu, tuttavia, il razionamento alimentare, una volta cadute le prime illusioni di una guerra lampo: a Pavia, come in tutti i centri urbani, diventò la vita diventò carissima. «Si trasformò in una città ospedale - ha aggiunto Elisa Signori - in quanto la classe medica dell'università pavese si impegnò nell'organizzazione di ricoveri militari verso i quali affluirono tantissimi feriti dal fronte. Il San Matteo, i collegi Borromeo e Ghislieri, l'asilo di Broni divennero ospedali e ospitarono la sperimentazione di nuovi protocolli di cura per le patologie di guerra, per la realizzazione di protesi per gli invalidi. Le altre facoltà furono quasi completamente abbandonate, vivendo un periodo di stallo gestito in esclusiva dalle donne». La docente ha proseguito: «Pure nei campi agricoli lavoravano solo le donne, evitando di investire e provocando la profonda crisi produttiva del dopoguerra. In fin dei conti, prosperarono soltanto gli opifici, perché non ebbero più concorrenza. Conclusasi la guerra, si diede la laurea ad honorem ai caduti che erano stati iscritti all'università: fu un modo per dare un minimo di conforto alle famiglie dimezzate». Gaia Curci