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È bella, la scienza? È appassionante? Avventurosa, misteriosa, esaltante, curiosa? La scienza può fare innamorare? Può essere crudele, infliggere dolore, uccidere? Tantissime affannose domande e un'unica lapidaria risposta: sì. Eppure non basta. Una replica affermativa, soprattutto quando riguarda interrogativi così ampi, necessita di essere spiegata. Anzi no: necessita di essere raccontata. E da questo dato di fatto, l'esigenza della narrazione per chiarire la bellezza della scienza, nasce il romanzo d'esordio del neurolinguista pavese e prorettore dello Iuss Andrea Moro, "Il segreto di Pietramala" (La Nave di Teseo, 2018, pp.380, euro 18). Il libro, acquistabile nelle librerie d'Italia a partire dal 31 gennaio, viene presentato in anteprima nazionale oggi, alle 18, alla libreria Il Delfino di Pavia (piazza Cavagneria 10).Professor Moro, lei nella sua carriera accademica ha scritto saggi per oltre vent'anni. Perché adesso un romanzo?«Facendo le mie ricerche e i miei studi scientifici sul settore di cui mi occupo, cioè la linguistica, in realtà ho spesso pensato che i contenuti di alcuni saggi avessero la potenzialità per diventare delle storie avvincenti. Ho provato a mettere alla prova tale mia intuizione: sono partito da una vicenda realmente esistita, da una scoperta linguistica avvenuta nel corso del Novecento, per sviluppare una trama da thriller». Ha inserito enigmi da risolvere?«Tantissimi. Il protagonista deve svelare il segreto di una lingua parlata in un piccolo borgo della Corsica, Pietramala, ma non ha elementi per riuscirci: il borgo è disabitato, non è rimasta alcuna traccia di testi scritti e nel cimitero non ci sono tombe di bambini. Poi devo ammettere che ho disseminato il libro di citazioni famose nascoste, di Chomsky, del papa, dei Beatles e così via. Lo scopo è sfidare il lettore a una sorta di caccia al tesoro della linguistica».È un modo originale per insegnare questa disciplina attraverso pretesti letterari?«Tento di far capire che ogni volta che ci si serve del linguaggio per comunicare, non è detto che si arrivi al destinatario nella maniera prefissata. La ricezione del messaggio, dei suoi contenuti, rimane una facoltà del tutto individuale, quindi magari alcuni leggeranno il mio libro e capteranno dettagli diversi da altri. Io stesso non posso sapere dove arriverà il linguaggio che ho usato. Ho provato a giocare con le nozioni che studio da una vita: ho costruito una struttura per riempirla di significato». Come mai ha scelto di ambientare il libro in Corsica?«Per questioni emotive. Reputo il quadrante nord-occidentale di quell'isola il posto più bello del mondo, che racchiude in sé la geografia terrestre, in quanto comprende un parco marino meraviglioso, un monte altissimo che ha la neve pure d'estate e le colline. Però il protagonista viaggia anche a New York, città che io sento come la mia seconda casa. C'è qualcosa anche di Pavia, ma non posso svelarlo perché altrimenti comprometterei la suspense del giallo».La lingua di Pietramala è una di quelle "lingue impossibili" di cui si occupa nelle sue ricerche scientifiche?«Forse sì, ma non mi è concesso fare anticipazioni. Do solo due indizi: è una lingua che uccide e c'entra qualcosa con Dante e la Divina Commedia».Con la grammatica generativa di Noam Chomsky no?«Beh, certamente. Uno dei messaggi chiave del romanzo è che ogni idioma umano è differente ma entro limiti ben definiti, avendo, di fondo, sempre numerose regole in comune con gli altri. È un concetto fantastico, se ci si riflette su. Un tempo la nozione di razza veniva infatti ancorata e rafforzata dalle diversità linguistiche. Tuttavia, nel momento in cui si realizza che tutte le lingue sono una sola, con regole sintattiche simili, si sbriciola totalmente ciò che si pensava fino a qualche anno fa: la possibilità di costruire il mito della razza. Il segreto di Pietramala racconta questo».Gaia Curci