L'anno si apre con grandi speranze ma le incognite restano

di FRANCO A. GRASSINISono pochi gli economisti che non rammentano la critica sferzante che fece loro la regina del Regno Unito dopo la palese incapacità della loro professione a prevedere la crisi che scoppiò dieci anni addietro. Ciò nonostante sono costretti, proprio perché quello è il loro mestiere, a fare stime su quello che avverrà nel prossimo futuro. Quelle di un'organizzazione prestigiosa come l'Oecd ci dicono che quasi ovunque il 2018 sarà migliore dell'anno precedente e che il 2019 scenderà un poco, ma sarà ancora sui livelli non disprezzabili del 2017.Questo, ovviamente, assumendo che, al di là delle parole infuriate, la politica di Trump non conduca a veri e propri conflitti e che la radicale riforma fiscale dallo stesso intrapresa non porti il deficit del bilancio federale a creare una paura sui mercati finanziari mondiali tale da far svalutare il dollaro e a far crescere oltre misura i tassi d'interesse. Dette previsioni sono ovviamente altamente auspicabili anche se qualche dubbio è più che lecito. Analogamente c'è da sperare che la Cina sia in grado di superare i problemi degli ingenti debiti sia a livello pubblico, sia a livello delle imprese e riesca a continuare a crescere a ritmi superiori al 6% annuo dando un non piccolo contributo al commercio mondiale.La ragione, tuttavia, suggerisce qualche perplessità. Anche l'Europa non sembra essere in gran forma. L'incertezza politica tedesca è una novità; per non parlare della Polonia e dell'Ungheria che sembrano non troppo lontane da un'uscita di fatto se consideriamo i valori democratici parti essenziale di quella che un tempo si chiamava Comunità Europea. Unità e forza dell'Europa sarebbero, invece, molto necessarie per il venir meno da una parte della leadership statunitense e dall'altra perché l'uscita del Regno Unito presenta incognite sul piano economico.E l'Italia? Anche da noi, come in altri Paesi europei, le incertezze sono prevalentemente politiche. Se è impossibile prevedere l'esito delle elezioni di marzo, ancora di più lo è immaginare la formazione di un governo con uno sguardo al futuro come sarebbe necessario.Certo Gentiloni ha mostrato che si possono fare riforme e dare attuazione a quelle impostate anche con una maggioranza spesso inquieta. Nessuno può escludere che il quasi miracolo si ripeta e che un governo in carica perché non si riesce a formare una maggioranza continui ad andare avanti non intaccando quella fiducia che ha rappresentato un fattore importante della ripresa in corso. Non è poi da escludere che si facciano per via prevalentemente amministrativa quelle riforme necessarie per consentire alle numerose imprese capaci ed innovative di cui disponiamo di continuare ad affermarsi nei mercati mondiali. Sono, per altro, speranze deboli. Molto meglio sarebbe se gli italiani ragionassero con il cervello e, nel compilare la scheda elettorale, evitassero il voto a favore di chi dubita dell'euro, non vuole quegli immigrati di cui abbiamo bisogno, o di chi ha già ampiamente dimostrato di non saper governare bene. ©RIPRODUZIONE RISERVATA