Crisi in Tunisia Notte di proteste con feriti e arresti
È stata un'altra notte pesante in Tunisia. È infatti di 237 persone arrestate, 49 agenti di polizia feriti e 45 veicoli delle forze dell'ordine danneggiati l'ultimo bilancio degli scontri tra forze dell'ordine e gruppi di giovani scesi in strada in numerose città per manifestare contro l'aumento dei prezzi. Il premier del governo di unità nazionale, Youssef Chahed, ieri si è recato a Tebourba, teatro due giorni fa degli incidenti in cui perse la vita una persona, per parlare con la gente. Chahed voleva comprendere i motivi del malessere e cercare di smorzare la nuova ondata di proteste prima che possa degenerare e diventare un problema serio per il Paese e la sua giovane democrazia. Ieri notte ignoti hanno tentato di appiccare le fiamme lanciando due bottiglie molotov in un luogo di culto ebraico all'isola di Djerba, esempio secolare di convivenza tra religione ebraica e musulmana. La protesta popolare nasce contro gli aumenti previsti dalla finanziaria 2018 (prezzi di carburanti, assicurazioni, beni e servizi, dell'Iva) ma sta assumendo sempre di più le connotazioni di una protesta contro il governo. Chahed ha chiesto alla sua gente un ulteriore sacrificio per il 2018, che sarà «l'ultimo anno difficile», ricordando che «la violenza non sarà tollerata». Le proteste sono degenerate spesso in atti deliberati di violenze e saccheggi, azioni condotte da «bande di violenti» come li ha definiti il portavoce del ministero dell'Interno. Chahed si è scagliato ieri proprio contro il sistema della corruzione che sta cercando di combattere. «I corruttori agiscono anche nell'interesse di alcuni politici irresponsabili che li istigano - ha detto ai media - Ad esempio il Fronte popolare ha votato per aumentare l'Iva e poi ha chiamato la gente in piazza per ritirare la legge. Ma lo Stato è in piedi e resisterà». NEW YORKNuovo schiaffo a Donald Trump sull'immigrazione. Come era avvenuto per il bando sui musulmani, un giudice federale della California ha ora bloccato lo stop voluto dalla Casa Bianca al programma di protezione dei Dreamer. Si tratta di circa 800mila immigrati entrati irregolarmente negli Stati Uniti quando erano minorenni e che Barack Obama decise di tutelare. Adesso, con la nuova Amministrazione, rischiano di essere rimpatriati. Ancora una volta però una corte federale si è messa di traverso sulla strada del tycoon e delle sue promesse elettorali, accogliendo le istanze di tante associazioni per i diritti civili che bollano lo stop di Trump come «arbitrario e illegale».L'ira del presidente americano, impegnato in questi giorni nella ricerca di un accordo bipartisan proprio sull'immigrazione, non si è fatta attendere. Prima la portavoce della Casa Bianca, Sarah Sanders, ha definito «scandalosa» la decisione del magistrato. Poi lo stesso Trump su Twitter si è scagliato contro un sistema giudiziario che ha definito «malfunzionante e iniquo». Il giudice William Aslup della Corte distrettuale di San Francisco ha scritto nell'ordinanza che il Daca (Deferred Action for Childhood Arrivals), la cui estinzione è prevista il 5 marzo, va invece mantenuto su scala nazionale. E ha motivato la sua posizione parlando di «decisione inappropriata» dell'amministrazione Trump e contestando la tesi "trumpiana" che il programma sia incostituzionale e frutto di un abuso di potere ai danni del congresso da parte di Obama. Ma il giudice nel suo provvedimento ha anche citato alcuni tweet in cui Trump stesso esprime sostegno ai Dreamer, rafforzando così l'idea che mantenere il programma di protezione sia nell'interesse comune. Il Dipartimento per la giustizia ha comunque sottolineato che la posizione dell'Amministrazione non cambia. Anche se imboccare la strada del ricorso significherebbe quasi certamente ritrovarsi davanti alla Corte Suprema con uno slittamento dei tempi difficile da prevedere. La Casa Bianca potrebbe quindi accelerare la trattativa per un accordo bipartisan sull'immigrazione.Intanto ieri è scattata un'ondata di raid anti-migranti in centinaia di esercizi commerciali: arrestate decine di persone accusate di vivere illegalmente negli Usa. Il tutto in una situazione di caos alla Casa Bianca dove prosegue la «grande fuga» e - si racconta - altri membri dello staff del presidente sono pronti a lasciare. A partire dal consigliere per la sicurezza nazionale McMaster, in disaccordo col Tycoon su diverse questioni, dall'Afghanistan all'Iran. Verso l'addio anche il capo dell'ufficio legale Don McGahn, potenziale teste nelle indagini del Russiagate.