L'OPINIONE
Il Movimento 5 Stelle sta diventando un partito. E non è affatto uno scandalo, anzi: il processo di istituzionalizzazione che deriva dai nuovi statuto e codice etico e che rende l'ex-non partito sempre più similare a una formazione partitica può essere salutato positivamente. Sono invece le altre anomalie, che meritano qualche riflessione, innanzitutto perché vanno nella direzione di scavare un solco tra le dichiarazioni di principio e le pratiche politiche e organizzative (ovvero il potere interno), e tra la "teoria" e la "prassi" del M5S.Anormalità ed eccezioni che rimandano tutte a un elemento originario del dna pentastellato, anzi alla matrice prima, che evidenzia l'esistenza di - vari - fattori di similarità tra il Movimento di Grillo e Casaleggio e Forza Italia (quanto meno quella delle origini), e cioè la natura di partito azienda e di imprenditore politico di una determinata tecnologia comunicativa e del consenso sociale che la circonda. Nel caso del partito berlusconiano, si trattava dell'azienda Fininvest (e Publitalia) e del medium televisivo (per la precisione, della neotelevisione commerciale), in quello del M5S si tratta della Casaleggio Associati e della Rete (il web 2.0, e i social media) nell'epoca dell'autocomunicazione di massa.Similitudini che proseguono se si osserva la centralità dei processi comunicativi per finalità elettorali, e la dimensione di (anti)partiti pigliatutto e consensus-oriented delle due strutture politiche - e, nella fattispecie dei grillini, di catch all antiparty party, come è stato definito da Fabio Bordignon e Luigi Ceccarini.Del resto, a muovere rilievi alla presa ferrea (ulteriormente ispessitasi dopo l'emanazione delle nuove norme) sul Movimento da parte dell'azienda di Casaleggio è anche una "corrente" interna, vale a dire la sempre più sparuta pattuglia degli "ortodossi" raccolti intorno a Roberto Fico, il cui prolungato silenzio risuona, giustappunto, come "assordante".E precisamente alla luce dell'essenza di partito azienda sono interpretabili vari altri tratti costitutivi del M5S. Dalla figura e dal potere ora assoluto del capo politico Luigi Di Maio in quanto estensione e proiezione delle decisioni del capo azienda Davide Casaleggio a una disciplina da far valere a colpi di multe ed espulsioni, fino alla volontà di imporre agli eletti il vincolo di mandato, numerosi aspetti di fondo rimandano a una concezione nettamente più aziendalistica che politica della modalità di funzionamento della vita associativa del novello partito.Perfettamente legittimo che a molti cittadini-elettori (come avverrà nelle elezioni politiche del 4 marzo) piaccia tale modello e offerta politica, tuttavia sarebbe bene fare opera di chiarezza. Rimarcando, quindi, come l'esibita orizzontalizzazione e "democrazia sostanzialista" interna - quella racchiusa nello slogan «uno vale uno» - rappresentino, da oggi più che mai, delle mere enunciazioni di principio, senza un riscontro reale nelle prassi politiche di quello che è, appunto, soprattutto un partito-azienda, sebbene capace di convogliare la vasta delusione esistente nei confronti del ceto politico presentandosi alla stregua di un campione della disintermediazione.Né dovrebbero risultare particolarmente rassicuranti per gli iscritti in buona fede le ragioni per le quali il Garante per la privacy ha emesso un documento - esito di un'ispezione nella sede della Casaleggio Associati - fortemente critico sull'utilizzo dei sistemi informativi, a partire dalla tanto celebrata piattaforma Rousseau: si va dall'arretratezza dei software (col rischio costante della violazione dei dati personali degli utenti) alla scarsa trasparenza generale, fino al fatto che chi controlla l'infrastruttura informativa (l'azienda) è in grado di imputare i voti al singolo utente, e di archiviarli conseguentemente (tema sempre negato dai vertici grillini). Insomma, e come troppo spesso accade, tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare (del web, e non solo).©RIPRODUZIONE RISERVATA